150 Anni di Bugie e Stuprata Dignità.

16 marzo 2011

Revisionismo sul Risorgimento: una Vera e Propria Colonizzazione.

Il Revisionismo sul Risorgimento è il riesame dei fatti storici riguardanti il processo di unificazione nazionale italiano e le sue immediate conseguenze. L’approccio revisionista verte sull’assunto che la storiografia non considera correttamente le ragioni dei vinti, omettendo alcuni aspetti degli accadimenti storici. Il periodo storico su cui si concentrano le argomentazioni dei revisionisti corrisponde alla seconda metà dell’XIX secolo. Taluni revisionisti tendono a valutare in chiave negativa rispetto alla storiografia più diffusa personaggi-chiave dell’unità nazionale italiana, quali Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II di Savoia. Essi, innestandosi in tal modo nel dibattito sulle cause della cosiddetta questione meridionale, sostengono che il Risorgimento sarebbe stato una vera e propria opera di colonizzazione, seguita da una politica di conquista centralizzatrice, a causa della quale il Mezzogiorno italiano sarebbe caduto in uno stato d’arretratezza tuttora manifesto. Altri, pur riconoscendo lo stato di arretratezza sociale ed economica del Mezzogiorno pre-unitario e la necessità di una sua unione al nascente Regno d’Italia[1], ritengono che le politiche di natura fiscale, daziaria ed industriale messe in atto nelle regioni meridionali dal governo sabaudo a partire dal 1861, unitamente a fattori di carattere endogeno, abbiano impoverito ulteriormente l’area o ne abbiano compromesso lo sviluppo.

Contesto e premesse storiche del revisionismo sul Risorgimento:

Le idee alla base del movimento revisionista cominciarono a sorgere e consolidarsi già negli anni immediatamente successivi agli eventi che condussero il Regno di Sardegna a trasformarsi in Regno d’Italia, ancor prima della nascita di un dibattito storiografico in materia. I primi dubbi sulle ragioni alla base della politica estera di Casa Savoia furono sollevate da Giuseppe Mazzini, uno dei teorici e fautori dell’unificazione italiana. A tal proposito Mazzini ipotizzò sul suo giornale “Italia del popolo”, che il governo di Cavour non fosse stato interessato al principio di un’Italia unita, ma semplicemente ad allargare i confini dello stato sabaudo.[2] Anche una volta unificata l’Italia, Mazzini tornò ad attaccare in proposito il governo della nuova nazione:

« Non c’è chi possa comprendere quanto mi senta infelice quando vedo aumentare di anno in anno, sotto un governo materialista e immorale, la corruzione, lo scetticismo sui vantaggi dell’Unità, il dissesto finanziario; e svanire tutto l’avvenire dell’Italia, tutta l’Italia ideale. »

Le dichiarazioni di Mazzini sono antesignane della disputa ideale sul processo di unificazione, che iniziò già nel corso del Novecento, come continuazione del dibattito polemico tra i partiti risorgimentali moderato e democratico. Le prime critiche contro le ricostruzioni agiografiche provennero dagli stessi esponenti liberali, i quali avevano promosso con entusiasmo ogni attività politica utile alla causa nazionale. Tra i principali bersagli polemici vi furono la politica accentratrice del nuovo Stato unitario, definita negativamente con il neologismo di “piemontesizzazione”.

La penisola italiana prima dell’unificazione:

Parallelamente alla disputa politico-ideale di cui sopra, alla fine dell’Ottocento iniziarono a comparire i primi contributi storiografici alternativi alla corrente storiografica più diffusa sul Risorgimento italiano. Tali opere fornirono il substrato di base su cui vennero edificate le teorie revisioniste successive.

Un primo esempio fu lo scrittore Alfredo Oriani, il quale pose in discussione l’esito delle vicende risorgimentali nella sua opera La lotta politica in Italia (1892), nella quale esaminò il contrasto tra federalismo e unitarismo. Oriani criticò la “conquista regia” come un’azione unilaterale di creazione di un nuovo Stato, ipotizzando che senza l’appoggio di un saldo movimento democratico, quest’ultimo si sarebbe rivelato debole nelle fondamenta. Tale opera è considerata il prototipo di un primo revisionismo storiografico sull’Italia moderna, alternativo alla storiografia apologetica sabauda.

Critiche agli eventi risorgimentali vennero mosse anche da Francesco Saverio Nitti, che nelle sue opere Nord e Sud (1900) e L’Italia all’alba del secolo XX (1901), analizzò le conseguenze dell’Unità nazionale a partire da un quadro illustrativo della situazione politico-economica negli stati preunitari. Secondo Nitti, il processo di unificazione nazionale non distribuì benefici in maniera equa in tutto il paese, favorendo maggiormente lo sviluppo dell’Italia settentrionale a scapito di quello del Mezzogiorno.[4]

Le idee di Oriani influirono sul pensiero del liberale Piero Gobetti che nel 1926 criticò la classe dirigente liberale nella sua raccolta di saggi Risorgimento senza eroi. Secondo Gobetti, il Risorgimento fu opera di una minoranza che rinunciò ad attuare una profonda rivoluzione sociale e culturale. Da questa “rivoluzione fallita” nacque uno Stato incapace di venire incontro alle esigenze delle masse.

Nello stesso filone politico-culturale, ma con connotazioni di stampo marxista, si inserisce l’analisi revisionista ed anti-apologetica di Antonio Gramsci. Nella sua opera Quaderni del carcere, pubblicata postuma solo dopo il 1947, egli descrive il Risorgimento come una “rivoluzione passiva” subita dai contadini, la classe sociale più povera della popolazione[5]. La questione meridionale, il giacobinismo, la costruzione del processo rivoluzionario nel nostro paese sono i temi centrali della sua analisi, sulla base della quale egli reinterpreta il Risorgimento italiano come un processo di trasformazione politico-sociale iniziato nel 1789 con la Rivoluzione Francese, passivamente traspostosi in Italia, ed esitato nel crollo dell’antico Regime.

Il revisionismo di natura storica:

La reintrepretazione degli eventi del Risorgimento italiano non ha un’unica origine. La messa in discussione degli assunti della storiografia ufficiale proviene sia da una parte ristretta del mondo accademico sia da diversi studiosi indipendenti, tra cui numerosi saggisti. Il crescere di tale movimento culturale, in misura particolare negli ultimi cinquant’anni, ha generato l’emersione di una crescente letteratura critica nei confronti della storiografia più diffusa, la quale è stata progressivamente oggetto di contestazioni sempre più polemiche ed acute. Di seguito sono riportati i contributi al revisionismo storico, suddivisi a seconda dell’ambito di provenienza.

Le origini dell’approccio critico al Risorgimento:

Negli anni immediatamente successivi all’annessione del Regno delle Due Sicilie al neonato Stato italiano alcuni testimoni dell’epoca diedero alle stampe le prime opere che proponevano una analisi critica del processo di unificazione politica della penisola.

Il primo storico ad elaborare una visione storiografica alternativa a quella della vulgata fu probabilmente Giacinto de’ Sivo. Proveniente da una famiglia di lunga fedeltà alla dinastia borbonica, allievo di Basilio Puoti, De’ Sivo fu certamente un legittimista militante, tanto da essere arrestato il 14 settembre 1860 per aver rifiutato di rendere omaggio a Garibaldi. Nel 1861 pubblicò il suo primo saggio storico L’Italia e il suo dramma politico nel 1861, nel quale giudicò l’unificazione un processo elitario e lontano dagli interessi dei popoli, condotto attraverso violenza delle armi e la diffusione di menzogne. In seguito, e nonostante i rischi di persecuzioni e le difficoltà di trovare tipografi disposti a stampare la sua testimonianza, lo storico elaborò la sua opera più rappresentativa, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, pubblicata in diversi volumi tra il 1862 e il 1867.[6] Nelle sue opere De’ Sivo descrisse il processo unitario come un’aggressione nei confronti di due stati sovrani (Due Sicilie e Chiesa), in violazione del diritto internazionale ed in particolare dei valori spirituali e civili della nazione napoletana. Il pensiero di De’ Sivo fu lungamente oggetto di ostracismo, nonostante Benedetto Croce ne avesse rivalutato lo spessore di studioso scrivendone una biografia che fu inserita nell’opera Una famiglia di patrioti.

Gli anni successivi all’unità d’Italia videro anche il fiorire di una vasta letteratura memorialistica, in cui soprattutto ex-appartenenti al disciolto Esercito delle Due Sicilie riportarono la propria interpretazione dei fatti. Tra i numerosi esempi possono essere citati i fratelli Pietro[7] e Ludovico Quandel[8] e Giuseppe Buttà. Cappellano militare del 9° Battaglione Cacciatori dell’Esercito borbonico, quest’ultimo fu autore di Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta (1875), opera autobiografica in cui si narrano le vicende della spedizione dei Mille dallo sbarco di Marsala fino all’assedio di Gaeta viste dalla parte degli sconfitti. Per la descrizione degli eventi dal suo punto di vista Buttà ricorse ad un linguaggio tagliente e dal tono più sarcastico rispetto a De’ Sivo,[6] senza lesinare critiche anche nei confronti di ufficiali borbonici, da lui accusati di viltà o tradimento nei confronti della corona.[9] Pur con i limiti derivanti dall’essere trasposizioni di punti di vista individuali, le opere memorialistiche vengono citate da numerosi revisionisti, i quali attribuiscono loro valore di documento storico.

La scuola revisionista:

Il revisionismo risorgimentale conobbe un’evidente radicalizzazione e ripresa a metà del Novecento, dopo la caduta sia della monarchia sabauda, che del fascismo, dai quali il Risorgimento era considerato un mito intangibile. Le mutate condizioni politiche consentirono l’emersione di un gruppo di studiosi che iniziarono a ridimensionare il valore dell’operato dei Savoia, formulando in proposito giudizi sostanzialmente negativi. A circa cent’anni di distanza da de’ Sivo, gli appartenenti a questo gruppo ne ripresero gli argomenti di critica, addebitando in particolare la causa di gran parte dei problemi del Mezzogiorno al processo di unificazione nazionale.

Il capostipite di questa nuova linea culturale è generalmente considerato Carlo Alianello, che nel 1942 con il suo primo romanzo L’Alfiere, espresse un duro atto di accusa verso gli ideatori dell’unificazione e le politiche del regno di Sardegna. Per le idee manifestate nella sua opera, comparsa in pieno ventennio fascista, in cui il Risorgimento era considerato un mito “intangibile”,[10] Alianello rischiò il confino, che riuscì ad evitare solo per la caduta del regime.[10] Con l’instaurazione della Repubblica Italiana Alianello potè sviluppare la sua linea di pensiero con la pubblicazione de L’eredità della Priora (1963), da alcuni considerata la sua opera massima,[10] e La Conquista del Sud (1972), saggio citato spesso nelle opere revisioniste successive. In continuità con suoi precursori ottocenteschi, secondo Alianello le scelte operate nel processo unitario, oltre ad essere totalmente estranee alle necessità del Mezzogiorno, sarebbero state effettuate dai piemontesi con la complicità del governo britannico e delle massonerie straniere a scopo di mera occupazione.[11]

Nella linea di discendenza culturale, a Carlo Alianello succede Michele Topa che, con le sue opere Così finirono i Borbone di Napoli (1959) e I Briganti di Sua Maestà (1967), contribuì a delineare una nuova concezione storiografica del Risorgimento, vista dalla parte dei vinti.

Un altro personaggio di spicco del revisionismo più intransigente fu Nicola Zitara. Sulla stessa linea culturale di Alianello e Topa, lo scrittore calabrese considerò l’Italia il frutto di un’operazione di conquista militare ed economica in danno del Sud, nei confronti del quale sarebbe stato messo in atto un macchinoso complotto. Nelle sue opere Zitara esprime le proprie convinzioni derivandole da un’analisi economica condotta secondo i canoni dell’ideologia marxista.

Con il passare degli anni, il revisionismo risorgimentale ha trovato altri sostenitori, sia meridionali che settentrionali, che hanno ulteriormente approfondito la ricerca sugli eventi controversi del processo di unificazione. Tra questi sono da menzionare Lorenzo Del Boca,[12] Gigi Di Fiore,[13], Francesco Mario Agnoli,[14] Pino Aprile,[15] Fulvio Izzo,[16] Massimo Viglione,[17] Antonio Ciano,[18] Aldo Servidio,[19] Roberto Martucci[20] Pier Giusto Jaeger e Luciano Salera.[21]

Il revisionismo accademico:

Il revisionismo è coltivato, pur se in modalità differenti, da alcuni personaggi del mondo accademico, nella maggior parte dei casi di provenienza estera.

L’esempio forse più noto è quello dello storico inglese Denis Mack Smith, la cui attività si concentra sulla storia d’Italia dal Risorgimento ai giorni nostri. Laureatosi a Cambridge, membro della British Academy, del Wolfson College (Università di Cambridge), dell’All Souls College (Università di Oxford) e dell’American Academy of Arts and Science, fu collaboratore di Benedetto Croce e Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana[22].

Mack Smith ha analizzato in una lunga serie di saggi le figure di maggior rilievo del processo unitario (Garibaldi, Cavour, Mazzini) e le circostanze in cui essi si mossero. In particolare, nel volume “Cavour e Garibaldi” (1954) egli dipinse ritratti dei due personaggi che si discostavano francamente dall’oleografia diffusa in Italia. In particolare, definì Garibaldi “moderato e empirico non-rivoluzionario”, “cauto” e “statista”; mentre criticò severamente Cavour definendolo “disonesto”, “maldestro”, “sbagliato”, “abile” e sottolineando che egli fosse determinato ad impedire l’unità d’Italia se ci fosse stata qualche possibilità che il merito potesse essere attribuito a forze radicali, repubblicane, popolari o democratiche[23]. Anche la casa Savoia, con particolare riferimento a Vittorio Emanuele II, fu aspramente criticata dallo storico nella sua opera “I Savoia Re d’Italia” (1990). Il sovrano dell’Unità, contrariamente allo stereotipo del “re galantuomo” è stato ivi descritto come un personaggio di scarsa caratura morale (soprattutto per le numerose avventure extraconiugali) e sperperatore di denaro pubblico. Altrove, lo storico ha messo in rilievo come il primo sovrano d’Italia ritenesse che ci fossero “solo due modi per governare gli italiani, con le baionette o la corruzione“; che contrariamente all’immagine di sovrano costituzionale egli ritenesse tale forma di governo inadatta agli italiani; e che avesse segretamente rassicurato Metternich ed il Papa della sua disponibilità ad intervenire contro la Repubblica Romana mazziniana e ristabilire l’assolutismo.

Un giudizio nettamente diverso fu espresso dallo studioso nei confronti di Mazzini nella biografia omonima ad esso dedicata, dove il pensatore fu giudicato positivamente per l’impulso democratico dato alla vita del XIX secolo, con particolare riferimento alle sue campagne in favore della sicurezza sociale, del suffragio universale e dei diritti delle donne[25].

Nel suo saggio Documentary falsification and Italian biography, Mack Smith mise infine in rilievo come la sistematica distruzione, riscrittura in chiave apologetica ed occultamento di documenti ufficiali sia una pratica cui tutti gli stati corrono il pericolo di cadere, ma che in alcuni momenti della storia italiana questa sia stata eletta a sistema. Citando esempi specifici riferiti a personaggi di elevata importanza storica (Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Lamarmora, Crispi) lo storico fornì altrettanti esempi di manipolazione degli eventi storici ad uso politico[26].

Un altro autorevole esponente del revisionismo accademico è Christopher Duggan, allievo di Mack Smith e direttore del Centre for the Advanced Study of Italian Society dell’Università di Reading[27].

Nell’ambito della sua opera “La forza del destino – storia d’Italia dal 1796 ad oggi”, Duggan formula forti critiche alla storiografia più diffusa, con particolare riferimento all’interpretazione dei moti postunitari nel Mezzogiorno e della loro repressione. In particolare, egli riporta che già in occasione del massacro di Pontelandolfo e Casalduni voci in controtendenza come quella del deputato Giuseppe Ferrari, il quale definiva quanto accadeva una vera e propria “guerra civile” furono bruscamente zittite, dato che secondo l’interpretazione ufficiale “della violenza nell’Italia meridionale era responsabile il “brigantaggio” e nessun altro” [28].

Secondo lo studioso inglese, i governi del periodo successivo al 1861 erano costretti a rappresentare i furiosi combattimenti che avvenivano negli ex territori duosiciliani come unicamente connessi alla criminalità comune, dato che una diversa interpretazione avrebbe cozzato fortemente con gli esiti dei “plebisciti”, i quali parlavano invece di una popolazione unanimemente a favore dell’unità. Duggan afferma anche che gli sforzi compiuti per accreditare la versione ufficiale erano clamorosamente smentiti dai fatti, dato che nel 1864 ben 100.000 soldati (la metà dell’intero esercito italiano) erano schierati nel Mezzogiorno nel tentativo di rispondere alla sollevazione[29].

Egli individua inoltre nella ferocia con cui le popolazioni meridionali combatterono gli invasori il primum movens della reciproca diffidenza tra questi ultimi e i settentrionali, e l’origine di numerosi pregiudizi. In aggiunta a ciò, lo storico afferma che numerose figure di primo piano dell’epoca contribuirono a costruire e sostenere l’immagine del Meridione come terra barbara e incolta. Tra questi Duggan ricorda il caso di Luigi Carlo Farini[30] inviato a Napoli come luogotenente nell’ottobre 1860, che scrivendo a Cavour affermò “Ma amico mio, che paesi son mai questi (…)! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”. Lo studioso riporta che affermazioni riguardanti la barbarie, l’ignoranza, immoralità, superstizione, oziosità e codardia dei meridionali furono comuni in numerosi scritti e rapporti del tempo, e che lo stesso Cavour scrisse a tal proposito che il meridione era corrotto “fino al midollo”[31][32].

Secondo Duggan, il substrato su cui si poggiavano queste affermazioni era una miscela di “tornaconto e di paura”. Tornava utile, infatti, dipingere come corrotte ed arretrate le terre meridionali, in quanto ciò consentiva al nuovo governo di giustificare l’imposizione della propria costituzione, nonché di leggi, pratiche amministrative ed uomini secondo l’approccio della piemontesizzazione. Dall’altro lato, esisteva una viva preoccupazione rispetto alla possibilità della propagazione delle rivolte, il che avrebbe nuovamente frammentato il paese, con conseguenze imprevedibili.

Lo storico ritiene che la pretesa arretratezza delle terre meridionali fu strumentalmente utilizzata per giustificare atti di palese illegalità e violenza. Su tutti, viene ricordato il caso dell’eminente generale piemontese Giuseppe Govone[34], il quale, inviato in Sicilia con il compito di rastrellare coscritti, fece uso di metodi quali “la messa in stato d’assedio delle città, il taglio delle forniture d’acqua e la presa in ostaggio di donne e bambini”. Nel tentativo di giustificare le sue azioni in parlamento, Govone fece riferimento alla pretesa “barbarie” del territorio, causando lo scoppio di un parapiglia in aula. Francesco Crispi, siciliano, sfidò a duello un eminente deputato settentrionale, e ventuno democratici, tra cui lo stesso Garibaldi, si dimisero[35].

Duggan esamina inoltre il problema del numero degli uccisi negli anni immediatamente successivi all’Unità, in quella che citando Quintino Sella egli definisce una “vera guerra civile”. A tal proposito, egli effettua un raffronto tra le cifre ufficiali (5.200 tra uccisi in combattimento e giustiziati nel periodo 1861-1865) e quelle che utilizzando le testimonianze locali ed i resoconti della stampa straniera, parlano di alcune decine di migliaia (e fino a 150.000) morti. Egli giudica queste ultime cifre “improbabili ma non impossibili”, dato che la natura stessa degli eccidi come quello di Pontelandolfo fa in modo che non ne resti traccia nei documenti ufficiali[36].

Lo storico inglese critica aspramente il “trapianto a tutta l’Italia delle leggi e delle istituzioni piemontesi”, giudicando che esso fu effettuato “con così poca consultazione, e una fretta e un’insensibilità così grandi, da offendere gravemente le suscettibilità e gli interessi locali”. Se infatti il Piemonte poteva rivendicare un certo primato morale essendo l’unico stato italiano ad avere una Costituzione (ancorché non il primo, il Regno delle Due Sicilie aveva avuto in Ferdinando II il primo promulgatore di una Costituzione)[37]; sotto altri aspetti quali l’istruzione, il governo locale e la giustizia, la Lombardia, la Toscana ed il Regno delle Due Sicilie avevano credenziali migliori. Solo in tempi recenti, infatti, il Piemonte si era liberato della fama di essere la “parte più arretrata della penisola”[38].

Oltre che nell’ex Regno delle due Sicilie, paese di lunga civiltà giuridica, la sostituzione dei codici preesistenti con le leggi piemontesi causò fortissimi malcontenti anche in Toscana, in specie per l’introduzione della pena di morte, inesistente nelle illuminate tradizioni giuridiche locali. Altri malcontenti generalizzati furono dovuti all’introduzione dei prefetti come punti di riferimento locale del sistema di governo. Questi ultimi furono per molti decenni dopo l’Unità di origine invariabilmente piemontese o settentrionale, e invariabilmente legati da rapporti di amicizia con il ministro dell’Interno in sedi fondamentali come Milano, Firenze, Napoli e Palermo[39].

Aspre critiche vengono rivolte da Duggan anche alla figura ed agli studi pseudoscientifici di Cesare Lombroso, che egli sprezzantemente definisce “Un uomo alquanto più fiducioso di possedere la soluzione dei problemi siciliani (e anzi dell’intera umanità)”. Lo studioso inglese fa risalire l’origine delle teorie razziste del medico veronese alla sua esperienza nell’esercito durante la campagna contro il cosiddetto brigantaggio. Essendo incaricato di effettuare le visite mediche ai potenziali coscritti, Lombroso ne esaminò e misurò circa 3.000, cominciando da ciò a sviluppare le sue idee sull’origine della delinquenza. Il primo risultato delle sue riflessioni fu un saggio del 1864 sulla connessione tra i tatuaggi dei soldati e la devianza [40]. A partire da questa esperienza, e da studi successivi (vedi paragrafo specifico), Lombroso formulò l’assunto secondo cui “la violenza era un buon indicatore di barbarie, e a sua volta la barbarie era un buon indicatore della degenerazione razziale”. Tali teorie razziste, che comprendevano ad esempio l’opinione secondo cui l’incidenza generalmente minore degli omicidi nella metà orientale della Sicilia era in corrispondenza della presenza in loco di popoli “più ricchi di sangue ariano”, [41] sono bollate da Duggan come “un esempio paradigmatico della potenza del pregiudizio nel plasmare l’osservazione presunta imparziale” [42].

Duggan rivolge la sua attenzione critica anche alla costruzione della mitologia del Risorgimento, definita attraverso le parole di Francesco Crispi “religione della Patria (cui c’è bisogno di dare) la massima solennità, la popolarità massima.

Lo storico inglese ritiene che l’idealizzazione del movimento unitario fu perseguita scientemente attraverso l’esaltazione delle figure di Vittorio Emanuele II e Garibaldi, in quanto catalizzatori e omogeneizzatori delle varie, e spesso contrastanti, tendenze monarchiche e repubblicane, federaliste ed unitarie, conservatrici e radicali. Tale mitizzazione fu sostenuta da una fiumana di letteratura agiografica, soprattutto dopo la morte dei due personaggi (1878 e 1882, rispettivamente) [43] e da un’altrettanto cospicua e in molti casi forzosa costruzione di monumenti[44].

Questa operazione di iconificazione su scala nazionale ebbe accenti di infimo livello (come l’apposizione di lapidi su luoghi dove Garibaldi aveva trascorso poche ore per fare un bagno), e anche momenti di smaccata controinformazione. A tal proposito, Duggan riporta il caso della seria biografia di Garibaldi scritta da Giuseppe Guerzoni nel 1882, che accanto alle virtù ne descriveva gli umanissimi vizi[45]. Essa fu immediatamente bollata come “troppo sofisticata” da Achille Bizzoni, che si affrettò a scriverne una versione edulcorata ad “uso del popolo” [46].

Duggan riporta inoltre che l’opera di costruzione di una mitologia del Risorgimento fu estesa anche alla “nazionalizzazione” dei curricula scolastici in materia di storia, il cui insegnamento doveva essere effettuato “in modo che i futuri allievi assorbissero dalla storia d’Italia l’amor di patria”. A tal fine, fu effettuata un’accurata manipolazione dei libri di testo, nei quali non doveva essere fatto alcun accenno alla possibilità che figure come “Cavour, o peggio ancora Vittorio Emanuele, non erano stati in tutto e per tutto dei patrioti disinteressati” [47].

A protezione di quest’ultimo, ogni volta che un’alta personalità politica moriva, si procedeva ad un attento esame delle sue carte e della corrispondenza privata con il re, in modo da espungere e secretare nella Biblioteca Reale qualunque documento compromettente. Parimenti, la corrispondenza di Cavour fu massicciamente espurgata della feroce ostilità nei confronti di Garibaldi e dei democratici e delle frasi profondamente offensive nei confronti degli italiani[48].

Un altro protagonista del revisionismo di stampo accademico è Martin Clark, docente di storia politica all’università di Edimburgo;[49]

Nella sua opera “Il Risorgimento italiano – una storia ancora controversa”, Clark afferma la non sostenibilità della visione “patriottica e progressista” del processo di unificazione. Lo storico inglese rifiuta la visione teleologica del Risorgimento come processo e fine ineluttabile, ritenendolo piuttosto la concordanza di diversi eventi, alcuni dei quali affatto casuali.

Egli contesta che esistesse già una nazione italiana, dato che solo una ristretta elite culturale aveva coscienza ed orgoglio del proprio passato storico e si sentiva tale. A questo proposito, egli ricorda come solo il 2,5% della popolazione parlasse effettivamente l’italiano, mentre vasta parte degli abitanti della penisola parlava dialetti o lingue locali [50]; e che in ogni caso l’idioma italiano “definiva una comunità culturale, e non un’eventuale comunità politica”.[51] La minoranza di persone che si sentivano italiane, inoltre, costituita per lo più da esponenti dell’avvocatura o da intellettuali di diversa estrazione, auspicava l’indipendenza dai dominatori stranieri, l’Austria fra tutti, ma non l’unità. L’ambiente del tempo, infatti, era fortemente caratterizzato dalla presenza di diffuse tensioni campanilistiche, eredità dell’epoca dei Comuni e mai veramente sopite.

Lo studioso conclude quindi che “l’interpretazione patriottica del Risorgimento è erronea, non foss’altro per il fatto che gli italiani erano divisi e per nulla ansiosi di raggiungere l’unità nazionale”[52].

L’accademico inglese riconosce anche come gli studiosi di scuola meridionalista (vedi paragrafo specifico) abbiano dimostrato che la società dell’antico Regno delle Due Sicilie non fosse stagnante, e che alcune istituzioni duramente contestate dalla storiografia maggiormente diffusa, come il latifondo, non fossero indice di arretratezza socio-culturale, ma piuttosto la “risposta più appropriata alle condizioni tecnologiche e di mercato esistenti”. In questo contesto, prende corpo la tesi secondo cui furono in realtà le politiche doganali e fiscali adottate dai nuovi governanti a determinare la distruzione dell’economia del Meridione. [53]

Altre analisi del Risorgimento sono condotte anche dalla studiosa irlandese Lucy Riall, formatasi presso la London School of Economics e la Cambridge University, ed attualmente professoressa di storia presso il Birkbeck College dell’Università di Londra.[54]

Il revisionismo d’impostazione cattolica:

Altri tentativi di fornire una base storiografica alla tesi secondo cui lo Stato unitario era il frutto di una sopraffazione di una minoranza contro la maggioranza degli italiani, furono opera del gruppo di ispirazione clericale, pesantemente danneggiato dalla politica liberale attuata dai piemontesi. Il pontefice Pio IX scomunicò il governo liberale di Cavour per la violazione dei territori pontifici e per il severo trattamento riservato a tutto ciò che era riconducibile alla Chiesa cattolica. La protesta degli ambienti clericali non riuscì ad affermarsi di fronte al dirompente potere del neonato Stato e finì per essere relegata in una stretta cerchia di cattolici intransigenti. La polemica causata dallo scontro tra la Chiesa e il Regno d’Italia, a causa dell’invasione dello Stato Pontificio del 1870, sarà identificata in seguito come Questione romana.[55][56]Le argomentazioni di parte cattolica sono state espresse dalla studiosa contemporanea Angela Pellicciari.[57]

Argomentazioni del revisionismo storico sul Risorgimento:

I revisionisti sostengono che l’invasione del Regno delle Due Sicilie non sia stata dettata da motivi ideali legati alla volontà di unire l’Italia, ma sia piuttosto derivata dalla volontà del Regno di Sardegna di allargare i propri confini a danno degli stati contigui, incamerandone inoltre le ricchezze per sanare il proprio deficit[58][59][60]. Al fine di conseguire questo scopo, il Regno di Sardegna, attraverso soprattutto l’opera diplomatica di Cavour, si sarebbe assicurato l’appoggio sia dell’Inghilterra[61], che della Francia, che a diverso titolo avevano interesse in proposito.

In quest’ottica, la spedizione dei Mille non sarebbe stata un moto spontaneo di pochi idealisti, ma la testa di ponte di un’invasione pianificata a tavolino. In preparazione di quest’ultima, sarebbe stata effettuata una vasta opera di mistificazione e propaganda ai danni del governo borbonico[62][63], la quale aveva lo scopo di accentuarne l’isolamento diplomatico. Contemporaneamente, il governo piemontese avrebbe effettuato una vasta manovra di corruzione degli alti gradi dell’esercito e della marina duosiciliani[64][65]. Oltre che con l’appoggio inglese[66] e marginalmente francese, nonché della massoneria internazionale[67], l’impresa dei Mille sarebbe stata effettuata con l’appoggio della mafia in Sicilia[68], e della camorra a Napoli[69][70][71], e sarebbe stata successivamente consolidata con l’invasione del Regno delle Due Sicilie da parte delle truppe sabaude, senza che tale atto fosse preceduto da una dichiarazione di guerra[72][73][74].

In seguito all’invasione, sarebbero stati organizzati dei plebisciti-farsa, tesi a dipingere come moto popolare spontaneo degli abitanti delle Due Sicilie il rivolgimento in atto, e a giustificare l’operato piemontese di fronte all’opinione pubblica europea[75].

Dopo l’annessione, il Piemonte avrebbe infine proceduto ad un’opera di estensione della propria organizzazione statale, con norme e persone piemontesi, all’intero territorio del neonato Regno d’Italia, cancellando leggi ed ordinamenti secolari, e smantellando più o meno coscientemente le attività economiche del sud Italia a favore di quelle del nord.[76][77]

Il peggiorare improvviso delle condizioni economiche ed il forte contrasto sociale e culturale tra piemontesi e duosiciliani sarebbe stato alla base dell’esplosione del fenomeno del brigantaggio, interpretato dai revisionisti come movimento di resistenza[78][79] (durante il quale i sabaudi si resero colpevoli di crimini di guerra quali deportazioni[80][81][82][83], eccidi[84][85] e stupri[85][86]) ed alla successiva massiccia emigrazione che colpì i territori meridionali[87][88]. Alcuni autori sostengono che nell’opera di annichilimento culturale e sociale avrebbero avuto un’influenza le teorie razziste elaborate da Lombroso a partire dal 1864, e pubblicate a partire dal 1876, che furono adottate come base pseudoscientifica per giustificare le repressioni in atto,[89][90] ma questo punto è tuttora oggetto di dibattito.

Di seguito vengono trattati in dettaglio i diversi argomenti che conducono i revisionisti all’elaborazione della visione di cui sopra.

Situazione economica e sociale delle Due Sicilie:

Gli autori revisionisti sostengono che il Regno delle Due Sicilie, generalmente descritto come uno stato povero e oppresso[91][92], fosse in realtà un regno in cui si viveva un certo benessere[11], con un buon tasso di progresso sociale e culturale e che stava attraversando una fase di sviluppo crescente, bruscamente fermata dalle modifiche indotte dalla piemontesizzazione.[93]

A supporto di questa tesi viene generalmente citata l’opera dell’economista lucano Francesco Saverio Nitti, che fu tra l’altro Presidente del consiglio dei ministri del Regno d’Italia tra il 1919 e il 1920. Agli inizi del Novecento quest’ultimo compì studi economici approfonditi sulla situazione economica del regno duosiciliano e degli altri stati che comporranno in seguito l’Italia unita. Sulla base delle ricerche effettuate, Nitti sostenne che il regno delle Due Sicilie fosse lo stato pre-unitario che apportò al bilancio italiano minori debiti e più ricchezza pubblica sotto tutte le forme[94]. Nella sua opera Scienza delle Finanze Nitti riportò che il banco del regno delle Due Sicilie possedeva un capitale di 443,3 milioni di lire oro, equivalente a più della metà del patrimonio di tutti gli altri stati preunitari della penisola, mentre il Regno di Sardegna ne aveva 27,1 milioni[95]. Le posizioni di Nitti furono tuttavia contestate da Giustino Fortunato, altro studioso meridionalista[96].

A sostegno di quanto affermato da Nitti, altri autori riportano che l’entità del risparmio pubblico e privato nelle Due Sicilie era di notevoli dimensioni. Nel periodo immediatamente precedente alla spedizione dei Mille, il solo Banco delle Due Sicilie (evoluzione del Banco di Napoli fondato nel 1584) gestiva una somma pari a 33 milioni di ducati tra depositi pubblici e privati, equivalenti a circa 140 milioni di lire piemontesi (il tasso di cambio tra le due monete era infatti pari ad un rapporto di 4,25:1,[97] in favore di quella duosiciliana). A tale somma andavano aggiunti due milioni di sterline, pari a circa 60 milioni di ducati (e quindi a 255 milioni di lire piemontesi) di proprietà personale di Francesco II. Altri 30 milioni di ducati (equivalenti ad altri 127,5 milioni di lire piemontesi) erano invece custoditi dalle banche siciliane.[98]Oltre al già citato Banco di Napoli, nella capitale duosiciliana era presente una delle uniche quattro filiali europee (le altre erano a Londra, Parigi e Vienna) della banca della famiglia Rothschild.

Pur essendo il dibattito sulle condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie tuttora aperto, studi economici recenti sembrano confermare le posizioni dei revisionisti. Gli economisti Vittorio Daniele dell’Università di Catanzaro e Paolo Malanima dell’”Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del Consiglio Nazionale delle Ricerche” (ISSM – CNR) di Napoli hanno recentemente pubblicato un’analisi delle serie storiche del prodotto delle regioni nel periodo 1861-2004. Nell’ambito delle conclusioni del loro lavoro, essi sostengono che al momento dell’annessione non vi fosse alcun reale divario economico tra nord e sud e che esso iniziò a manifestarsi nell’ultimo ventennio dell’800.[100]

Oltre a porre l’accento sulle buone condizioni economiche delle Due Sicilie prima dell’unità, i revisionisti riportano i numerosi primati del Regno in campo scientifico e tecnologico, sostenendone su questa base il progresso civile. E’ ad esempio accertato che nelle Due Sicilie sia stata costruita la prima nave a vapore nel Mediterraneo (1818)[101]; la prima linea ferroviaria italiana (Napoli-Portici, 1839); la prima illuminazione a gas in Italia (1839); il primo osservatorio vulcanologico del mondo (Osservatorio Vesuviano (1841).[102] I revisionisti sottolineano inoltre la presenza di impianti industriali avanzati come la fabbrica metalmeccanica di Pietrarsa (la più grande di tutta la penisola),[103]; il Cantiere navale di Castellammare di Stabia[104], il Polo siderurgico di Mongiana e quello tessile, settecentesco, di San Leucio (oggi sito patrimonio dell’umanità dell’UNESCO).

I revisionisti riportano infine, come segno di progresso sociale, che Napoli tra i numerosi primati aveva quelli di prima città d’Italia (e la terza d’Europa) per numero di abitanti; la città d’Italia con il più alto numero di tipografie (113) e per pubblicazioni di giornali e riviste; ed il più alto numero di conservatori musicali e di teatri, fra cui il famoso San Carlo. A Napoli era infine stata fondata la prima cattedra di economia politica a livello mondiale, nata ad opera di Antonio Genovesi nel 1754[105] nell’ambito dell’università Federico II, la più antica università statale d’Europa[106].

La crisi finanziaria del Regno di Sardegna:

I revisionisti sostengono che il vero motivo della conquista degli stati preunitari, ed in particolare del Regno delle Due Sicilie, non sia stato di natura ideale, ma piuttosto riconducibile alla crisi finanziaria del regno sabaudo[107][59]; il quale, tra il 1848 e il 1859, avrebbe accumulato un debito di circa 910 milioni di lire[108]. Già nel nel luglio 1850, infatti, lo stesso conte di Cavour, in un intervento alla Camera, così esprimeva le sue preoccupazioni riguardo lo stato delle finanze piemontesi:

« Io so quant’altri che, continuando nella via che abbiamo seguito da due anni, noi andremo difilati al fallimento, e che continuando ad aumentare le gravezze, dopo pochissimi anni saremo nell’impossibilità di contrarre nuovi prestiti e di soddisfare agli antichi. »

Gli autori revisionisti ritengono che ad incidere sul passivo del bilancio dello stato sabaudo fossero le spese sostenute per le diverse guerre espansionistiche, e non, volute per inserirsi nel gioco diplomatico internazionale. In particolare, la guerra di Crimea, che Cavour considerava un buon trampolino di lancio per introdurre il Piemonte sullo scacchiere politico europeo, comportò a Torino, oltre che un sacrificio umano pari ad un terzo del contingente inviato[110], un importante sacrificio economico, che fu finanziato con la contrazione di un debito con la Gran Bretagna che verrà saldato solo nel 1902, andando a gravare, per oltre quarant’anni, sul bilancio dello stato unitario[111].

Diverse fonti confermano lo stato di forte crisi finanziaria del Regno di Sardegna, riportando, invece, una situazione opposta per il Regno delle Due Sicilie. Secondo tali fonti, infatti, il debito pubblico delle Due Sicilie era un terzo di quello piemontese (26 milioni di lire contro 64), ma all’unificazione tale passivo fu accollato anche ai territori degli altri stati preunitari. In particolare, in uno studio del 1862, il barone Giacomo Savarese, confrontando le rendite, i titoli di Stato, indice dello stato di salute delle finanze pubbliche, evidenziò che, se, nel 1847, il Piemonte, aveva un debito pubblico limitato a 9.342.707,04 lire annue, quest’ultimo era lievitato a tal punto che nel solo 1860 furono emesse rendite per 67.974.177,10 lire[112]. Per contro, il totale delle emissioni di titoli del debito pubblico delle Due Sicilie, nel decennio 1848-1859, assommava a 5.210.731,00 lire[112]. Savarese, inoltre, mise a confronto, sempre nel decennio preso a periodo di riferimento, i bilanci e le leggi allegate delle Due Sicilie e del Piemonte deducendone che quest’ultimo aveva accumulato, un disavanzo maggiore del primo di 234.966.907,40 lire (369.308.006,59 lire del Piemonte contro 134.341.099,19 lire delle Due Sicilie – che, negli anni 1856 e 1859, avevano fatto registrare finanche un avanzo di bilancio)[113]. Sempre nello stesso periodo, il Piemonte aveva approvato 22 provvedimenti legislativi che introducevano nuove tasse o aggravavano quelle già esistenti (contro nessuna nuova tassa o aggravio nelle Due Sicilie), nonché altre disposizioni che decretarono l’alienazione di una serie di beni pubblici[114] per ridurre il disavanzo[115].

La solidità finanziaria delle Due Sicilie e la contemporanea situazione opposta a carico del Piemonte, è stata esemplificata in questo modo dall’economista Francesco Saverio Nitti:

« Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento. »

Anche la storica revisionista di impostazione cattolica Angela Pellicciari conferma sostanzialmente quanto sopra, prendendo come esempio una citazione di Pier Carlo Boggio, deputato del Regno di Sardegna[117]. Nel 1859, il sopra citato Boggio scrisse nella sua opera Fra un mese! che «la pace ora significherebbe per il Piemonte la riazione e la bancarotta»[118] affermando che i gravi problemi finanziari del Piemonte erano conseguenza delle ingenti spese derivanti dalla causa nazionale:

« Il Piemonte accrebbe di ben cinquecento milioni il suo debito pubblico: il Piemonte falsò le basi normali del suo bilancio passivo; il Piemonte spostò la propria azione dal suo centro primitivo; il Piemonte impresse a sé medesimo un impulso estraneo alla sua orbita naturale; il Piemonte arrischiò a più riprese le sue istituzioni; il Piemonte sacrificò le vite di numerosi suoi figli, sempre in vista della gloriosa meta che si è proposto: il Riscatto d’Italia. »

Il complotto internazionale contro il Regno delle Due Sicilie:

Secondo le fonti revisioniste il processo di annessione del Regno delle Due Sicilie sarebbe stato una pianificata operazione di complotto, attuata con il sostegno in particolar modo della Gran Bretagna.[119] Secondo questa tesi, il contrasto diretto tra la Gran Bretagna ed il Regno delle Due Sicilie avrebbe avuto radici nella progressiva affermazione di quest’ultimo quale potenza marinara posta al centro del Mediterraneo, e, quindi, in diretto contrasto con gli interessi inglesi[120][121]. A tal proposito, diverse fonti riportano come, in particolare sotto il regno di Ferdinando II di Borbone, la marina mercantile napoletana fosse progressivamente cresciuta dalle 5.328 unità (102.112 tonnellate) del 1834 alle 9.847 unità (259.917 tonnellate) del 1860, e come, soprattutto, fosse mutata la tipologia del naviglio a favore di unità a più elevato tonnellaggio, le quali consentivano, quindi, di condurre traffici commerciali su lunghe distanze[122][123]. Il proposito del sovrano duosiciliano di migliorare progressivamente l’influenza commerciale della propria Marina nel Mediterraneo era in netto contrasto con la strategia inglese di dominio dei traffici sui mari; tanto più che i lavori per l’apertura del canale di Suez erano in stato avanzato e dunque le Due Sicilie avrebbero potuto interferire negli interessi inglesi di traffico tra la madrepatria e le Indie.[124]

Anche la contesa dell’Isola Ferdinandea, emersa entro le acque territoriali siciliane nel luglio del 1831, viene generalmente considerata come un’altra causa di contrasto tra la Gran Bretagna e le Due Sicilie. La disputa sull’isolotto cominciò con la presa di possesso iniziale da parte della Gran Bretagna, che vi piantò per prima la propria bandiera il 10 agosto e la battezzò isola di Graham. Il 17 agosto, tuttavia, ritenendo la neonata isola posta all’interno delle proprie acque territoriali, lo Stato borbonico ne rivendicò l’appartenenza dandole il nome del proprio sovrano. Questa disputa, risolta velocemente con la scomparsa dell’isola a fine dicembre[125], è generalmente interpretata come un altro indice della volontà di Ferdinando II di affermare le Due Sicilie come potenza marinara tesa al controllo del Mediterraneo centro-meridionale[121], in contrasto diretto con gli interessi inglesi.

Il contrasto con l’Inghilterra non fu l’unica circostanza che, secondo i revisionisti, determinò la convergenza di interessi internazionali verso l’annessione delle Due Sicilie al Piemonte. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, infatti, il Regno duosiciliano era in una situazione di isolamento diplomatico[126], iniziata già ai tempi di Ferdinando II. Quest’ultimo, infatti, aveva effettuato la scelta di perseguire una politica autarchica nella gestione dello stato, che sul fronte estero si tradusse nella non adesione ad un “partito” specifico. Il Regno delle Due Sicilie era piuttosto legato all’Austria (Maria Teresa, moglie di Ferdinando II, era austriaca) ed aveva relazioni di lunga data sia con la Francia di Napoleone III, che con l’Inghilterra (queste ultime risalenti al periodo di cattività speso in Sicilia da Ferdinando I). Ferdinando II aveva tuttavia dato segni fin dall’inizio del suo regno di volere assicurare al proprio paese un’indipendenza diplomatica[127], convinto com’era che la sua posizione di paese “tra l’acqua santa e l’acqua salata“[128] lo avrebbe protetto da ingerenze estere, a condizione di avere una potente marina militare.

L’isolamento voluto da Ferdinando II, secondo le teorie revisioniste, si estrinsecò nella scelta di di restare neutrale nella guerra di Crimea, non concedendo l’uso dei suoi porti alle flotte inglesi e francesi[129], il che gli alienò non poche simpatie.

Viceversa, in tutto il decennio precedente all’unità d’Italia, Cavour fu molto attivo nella diplomazia europea per assicurare allo stato sabaudo la simpatia, se non l’alleanza, di Inghilterra e Francia. E’ noto, infatti, che nel 1855 egli inviò un contingente di truppe a fianco di quelle inglesi, nella Guerra di Crimea. In questo modo, si guadagnò un seggio alla successiva conferenza di pace, dove riuscì far prendere ai rappresentanti inglesi e francesi una posizione sulla questione italiana. L’amicizia piemontese con la Gran Bretagna venne confermata dalla visita di stato che re Vittorio Emanuele II fece alla Regina Vittoria[130] al termine della guerra di Crimea. Sul fronte diplomatico francese, inoltre, e grazie anche alle arti seduttive di una sua parente nei confronti di Napoleone III[131]Cavour riuscì ad avvicinare a sé Napoleone III. L’amicizia con la Francia da parte del Piemonte si concretizzò con la collaborazione militare tra francesi e sabaudi contro l’Austria durante la Seconda guerra di indipendenza italiana, al termine della quale gli accordi di Plombières sancirono l’annessione della Lombardia al Piemonte.

La questione dello zolfo siciliano:

Secondo la critica revisionista, il comportamento degli inglesi sembrerebbe correlato anche con la questione dello zolfo siciliano[132][133]. Tale preziosa materia prima era gestita dalla Gran Bretagna in regime di monopolio, in virtù di una concessione fatta nel 1816 da Ferdinando I. A quei tempi, lo zolfo era una risorsa strategica per la fabbricazione di polvere da sparo, e la produzione delle miniere siciliane copriva l’80% della domanda mondiale[134]. Nel 1836, Ferdinando II ritenne svantaggiose per le casse dello stato le condizioni economiche della concessione assegnata agli inglesi, che traevano profitto dal minerale comprandolo a un costo molto basso e rivendendolo a prezzi elevati, senza garantire un buon introito al suo regno.[11] Il sovrano duosiciliano, che nel frattempo aveva rimosso la tassa sul macinato, si trovava costretto a cercare altri mezzi con cui incamerare contributi per le casse del regno. La soluzione sembrò arrivare dalla Francia nel tentativo di modificare la partnership commerciale con gli inglesi. La gestione dello zolfo venne così affidata ad una ditta francese, la Taix Aycard di Marsiglia, che lo avrebbe pagato almeno il doppio rispetto agli inglesi.[11]

Tutto ciò provocò una forte reazione della Gran Bretagna che, oltre a preannunciare il sequestro delle navi siciliane,[135] mandò nel 1836 una flotta navale nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti. Ferdinando II non si fece intimorire e ordinò al suo esercito di proteggere le coste del regno.[11] Il tutto sarebbe sfociato in una vera e propria guerra se il sovrano francese Luigi Filippo non fosse riuscito a fare da arbitro tra i due stati. La contesa venne conclusa con l’annullamento da parte dello stato borbonico del contratto stipulato con la Taix Aycard,[136][137] l’obbligo di rifondere agli inglesi le perdite che sostenevano di aver avuto causa la rescissione del contratto e ai francesi rimborsare il guadagno mancato per l’annullamento del contratto.

Le dichiarazioni di Gladstone:

Un’illustre personalità, talvolta confusa da alcuni autori con Gladstone, visitò il 20 marzo 1850 il carcere della Vicaria di Castel Capuano e quello di Santa Maria Apparente. Si trattava di Alexander Baillie-Cochrane, deputato conservatore e sostenitore dei diritti dei governi assolutistici[139]. La sua visita, effettuata con il proposito di informarsi sulle condizione dei popoli sottoposti ai governi della penisola italiana usciti vincitori dai rivolgimenti del 1848, va inquadrata nell’aspro scontro che si svolgeva allora nelle aule parlamentari inglesi tra conservatori e liberali[140]. Della sua visita vi sono quattro testimonianze:

  • una rapporto (conosciuto come Memorandum per S. M.) steso da un ignoto funzionario della polizia napoletana;
  • una lettera, datata 29 marzo, scritta da Antonio Scialoja, che incontrò il deputato britannico in Castel Capuano, dov’era detenuto[141];
  • una lettera scritta il 24 marzo da Carlo Poerio dove egli descrive l’incontro con il Cochrane avuto a Santa Maria Apparente, suo luogo di detenzione;
  • l’opera scritta dal Baillie-Cochrane stesso, Young Italy[142].

Il rapporto di polizia contiene alcune imprecisioni e omissioni, dovute, probabilmente, all’intendimento del funzionario di compiacere i propri superiori; vi è, comunque, descritto l’incontro del Cochrane con il Poerio. La lettera di Scialoja lascia intendere che l’ex-ministro non si aspettasse risultati positivi dalla visita dell’esponente politico inglese «spedito qui dai suoi amici politici per esaminare le tristi condizioni di questo paese e farne rapporto»[143]. Le considerazioni esposte da Poerio nella propria missiva concordano in gran parte con quelle dello Scialoja, non credendo che l’Inghilterra (così come la Francia) avrebbe esercitato delle forti pressioni sul governo duosiciliano per il ristabilimento della Costituzione e della legalità[143]. Nella sua opera il Cochrane riporta che le opinioni da lui raccolte a Napoli erano eterogenee: la nobiltà riteneva che tutto andasse per il meglio, mentre la classe media si lamentava del dispotismo imperante. Egli, per accertare la verità, si recò a far visita al presidente del consiglio dei ministri, Giustino Fortunato, chiedendogli di visitare subito le carceri napoletane e di parlare con i detenuti politici; alla proposta del Fortunato di effettuare la visita l’indomani, egli replicò con un «sul momento, o non più», al che il presidente acconsentì. Cochrane effettuò una prima rapida visita a Santa Maria Apparente, sulle cui condizioni di vita espresse un parere abbastanza positivo. Qui interrogò i prigionieri politici circa il motivo della loro detenzione (gli venne risposto, genericamente, per “cospirazione contro il governo”) e la durata della stessa (da due settimane a otto-nove mesi, senza aver subito né interrogatorio né processo)[144]. Spostatosi alla Vicaria ne ebbe, invece, una pessima impressione, poiché si trovò di fronte a «gentiluomini di elevata educazione costretti a mescolarsi con la feccia delle galere» e poiché fu quasi assalito da una turba di carcerati speranzosi di avere da lui assicurazioni e promesse che egli non poté dare. Chiese, poi, di visitare il piano sotterraneo, del quale dichiarò che per descriverne gli orrori avrebbe avuto bisogno dell’immaginazione di Dante[145]. Viste le misere condizioni dei prigionieri, il Cochrane pensò a come recare loro sollievo e, ricevuto un invito a visitare il Re a Caserta, decise di rivolgere la richiesta direttamente al monarca. Recatosi a Caserta il giorno dopo, 21 marzo, ne ricavò rispetto a Ferdinando II un’”universale impressione favorevole circa la sua operosità, condotta ed ansia di fare ciò che era giusto“[146]. Una volta di fronte al Re, dichiarò che egli riconosceva l’iniquità delle accuse a lui rivolte dai liberali, ma che era necessario, visto lo stato deplorevole delle carceri e la promiscuità che vi regnava, liberare i detenuti politici che vi si trovavano (il cui numero ammontava a 614, secondo quanto da lui constatato, e non a 15.000, secondo quanto veniva falsamente propagandato)[146]. Ferdinando II, con un linguaggio che secondo Cochrane “non avrebbe potuto essere più nobile, generoso e sensibile“, rispose che la commistione tra detenuti comuni e prigionieri politici era stata determinata dal fatto che “fino al 1848 non vi era un solo prigioniero politico, e che il governo non aveva mai considerato una tale terribile necessità ma ciò non era esatto,[147] in quanto vi erano stati detenuti politici nelle carceri delle Due Sicilie già a partire dal 1832[148], ed altri erano stati imprigionati in seguito ai moti insurrezionali avvenuti nel 1844 e 1847 tant’è che il re stesso aveva concesso un’amnistia ai “politici” condannati nel 1847.[149]. Ammettendo il male che da tale condizione derivava, il Re promise che avrebbe immediatamente operato per eliminare i problemi segnalati dal deputato inglese. Egli dichiarò inoltre false le voci secondo cui il governo stesse promuovendo petizioni per abolire la Costituzione, e che sperava di concedere presto un’amnistia. Andando via, Cochrane si scusò della sua franchezza, ma Ferdinando II gli rispose “Sono felice di aver ascoltato la verità – desidero ascoltarla; nessuno è più ansioso di me di fare ciò che è giusto. Sono stato vergognosamente descritto e calunniato – per lo più ingiustamente; ma voi avete parlato dal cuore coraggiosamente ed onorevolmente, e vi ringrazio per questo!“[150]. Lasciata Napoli il 22, Cochrane riportò che quale risultato immediato del suo colloquio con il Re, si ebbe la separazione dei detenuti politici dai delinquenti comuni ed il rilascio di alcuni di essi. Lo stesso Cochrane fu in seguito raggiunto in patria da notizie secondo cui i detenuti politici erano stati trasferiti in un posto peggiore, e che i contatti con le famiglie erano stati resi più difficili. In conclusione della descrizione di quell’esperienza, Cochrane constatò che la verità si trovava tra i due estremi che aveva ascoltato e, pur ammettendo che vi erano state delle violazioni della legalità da parte del governo duosiciliano, espresse critiche rispetto al linguaggio diplomatico adottato dal governo inglese nei confronti di Ferdinando II. Egli scrisse “Molto può essere fatto con persone come il Re di Napoli, usando tatto e buon senso. Nulla può essere ottenuto da coloro che iniziano con il negarne qualunque buona qualità, e che, rivendicando i diritti di un popolo straniero, mostrano una perfetta noncuranza o ignoranza rispetto al diritto delle nazioni“[151]. L’anno successivo, Cochrane fu alla Camera dei Comuni, fiero difensore della politica seguita dai governi duosiciliano e austriaco in Italia. Le sue dichiarazioni, inoltre, furono spesso usate dai borbonici in difesa del governo napoletano e, talvolta, proprio per controbattere alle affermazioni del Gladstone.

Il politico conservatore inglese William Gladstone, che soggiornò a Napoli per circa quattro mesi, tra l’autunno del 1850 e l’inverno del 1851, rientrato in patria nel Febbraio di quell’anno, scrisse due lettere al Parlamento britannico, in cui sosteneva che lo stato borbonico fosse in una terribile situazione sociale. Gladstone, in particolare, si sarebbe recato in alcune carceri napoletane e sarebbe rimasto scioccato dalle condizioni in cui versavano i detenuti[152].

Nella introduzione alle lettere, era scritto, tra l’altro:

« Non descrivo severità accidentali, ma la violazione incessante, sistematica, premeditata delle leggi umane e divine; la persecuzione della virtù, quand’è congiunta a intelligenza, la profanazione della religione, la violazione di ogni morale, sospinte da paure e vendette, la prostituzione della magistratura per condannare uomini i più virtuosi ed elevati e intelligenti e distinti e culti; un vile selvaggio sistema di torture fisiche e morali. Effetto di tutto questo è il rovesciamento di ogni idea sociale, è la negazione di Dio eretta a sistema di governo. »

Le due lettere vennero anche date alle stampe divenendo note come: Two Letters to the Earl of Aberdeen, on the State Prosecutions of the Neopolitan Government; ebbero diverse ristampe[154] e ne venne pubblicata anche una loro traduzione in francese, intitolata Deux Lettres Au Lord Aberdeen Sur Les Poursuites Politiques Exercées Par Le Gouvernement Napolitain.

Immediatamente dopo la loro pubblicazione, le accuse di Gladstone suscitarono reazioni tra i contemporanei, ed i primi commenti in risposta alle lettere si concentrarono sulla confutazione delle affermazioni del politico britannico. Alphonse Balleydier, ad esempio, in La vérité sur les affaires de Naples, réfutation des lettres de m. Gladstone, si propose di demolire gli assunti su cui Gladstone basava le sue “fabuleux échafaudage“, deplorando, tra l’altro, il fatto che una volta giunto a Napoli, in luogo di visitare il ministro Fortunato o rendere omaggio al sovrano, si fosse recato subito nelle prigioni a parlare con i più accaniti avversari del governo napoletano[155] ivi detenuti.

Sempre in Francia, Jules Gondon, al fine di respingere le accuse di Gladstone, pubblicò il libro La terreur dans le royaume de Naples, lettre au right honorable W.E. Gladstone en réponse à ses Deux lettres à lord Aberdeen[156]. Il conte Walewski, ambasciatore francese che soggiornò a Napoli per quasi due anni, scrisse, invece, una lettera a Lord Palmerston, in cui affermò:

« Milord […], posso dirvi che i fatti narrati nelle lettere, sulle quali vi puntellate per assalire il Re di Napoli, sono in parte falsi ed in parte esagerati. Il Re di Napoli ha dovuto aggravare la mano su uomini che cospiravano per rapirgli la corona, qualsivoglia altro Governo in simili condizioni avrebbe fatto lo stesso, e ve ne ha non pochi ch’ebbero assai meno umanità. »

Domenico Razzano, nell’opera La Biografia che Luigi Settembrini scrisse di Ferdinando II sostenne che Gladstone, tornato a Napoli tra il 1888 e il 1889, avrebbe confessato di non essere mai stato in alcun carcere e di aver scritto le due missive dietro incarico di Palmerston, basando le sue dichiarazioni sulle affermazioni di alcuni rivoluzionari antiborbonici[158]. In un articolo comparso sulla pubblicazione Rassegna storica del Risorgimento, Maria Gaia Gajo, però, avanza dei dubbi in merito alla possibilità di un’intesa tra Palmerston e Gladstone, poiché, ritiene assurdo che, un liberale ed un conservatore (che in passato si era dimostrato un tenace oppositore della linea politica di Palmerston) avessero potuto collaborare in tal senso[159].

Un memorandum per S. M. Ferdinando II del 22 marzo 1850, che descrive le visite di un personaggio distinto a due carceri napoletane e le conversazioni intrattenute con le autorità delle prigioni, riguardo il trattamento dei detenuti (sia comuni, sia politici) e con i detenuti politici stessi (e con il Poerio in particolare), è stato, talvolta, interpretato come prova della presenza del Gladstone in quei luoghi[160]. In realtà il documento riporta della visita effettuata, il 20 marzo, dal deputato inglese Alexander Baillie-Cochrane ai penitenziari partenopei[161].

Ad ogni modo, gli antirisorgimentali ritengono che le sue denunce sul presunto malgoverno dei Borbone, diffusesi in tutta Europa ed accreditate come vere, fossero un chiaro appoggio ai liberali italiani e permisero a piemontesi e inglesi di indebolire la posizione delle Due Sicilie nello scacchiere della diplomazia internazionale[11]. La diffusione di queste notizie, infatti, costò le dimissioni del primo ministro Giustino Fortunato, per non essere stato in grado di impedirne la divulgazione[162]. Ferdinando Petruccelli della Gattina, in un articolo pubblicato sul giornale “Unione” di Milano il 22 gennaio 1861, parlò di Carlo Poerio, che scontò la sua pena sotto il governo duosiciliano, e di Gladstone:

« Poerio è un’invenzione convenzionale della stampa anglofrancese. Quando noi agitavamo l’Europa, e la incitavamo contro i Borboni di Napoli, avevamo bisogno di personificare la negazione di questa orrida dinastia, avevamo bisogno di presentare ogni mattina ai creduli leggitori dell’Europa libera una vittima vivente, palpitante, visibile, cui quell’orco di Ferdinando divorava cruda ad ogni pasto. Inventammo allora Poerio. Poerio era un uomo d’ingegno, un galantuomo, un barone; portava un nome illustre, era stato ministro di Ferdinando e complice suo in talune gherminelle del 1848! Ci sembrò dunque l’uomo opportuno per farne l’antitesi di Ferdinando – ed il miracolo fu fatto. E Gladstone fece come noi, magnificò la vittima onde rendere più odioso l’oppressore; esagerò il supplizio, onde commuovere a maggior ira la pubblica opinione. »

Poerio, quindi, sarebbe stato una creazione mediatica, costruita ad hoc per incarnare la figura del “tipico” rivoluzionario liberale da contrapporre ad un’altra creazione mediatica, il “mostro Bomba“, frutto, secondo Harold Acton, di una stampa, da un lato, suggestionata dal “giocoliere” Gladstone e, dall’altro, disprezzata dallo stesso Ferdinando II[164]; il Cotugno, in merito alle affermazione del Petrucelli sul Poerio, riporta che: «dimentico di quel che aveva scritto in onore del Poerio nel suo libro su “La Rivoluzione di Napoli del 1848“, per odio di parte, lo aggrediva con plateali insulti nei Moribondi del Palazzo Carignano»[165]. Effettivamente, come mostrerebbero alcuni dati, la linea assunta dal sovrano napoletano verso i condannati per reati politici non fu delle più dure. Tra il 1851 ed il 1854, infatti, i tribunali meridionali comminarono 42 condanne a morte per delitti politici, ma, di esse, non ne fu eseguita alcuna, poiché furono tutte commutate da Ferdinando II (19 in ergastoli, 11 in trenta anni di reclusione e 12 in pene minori)[166]. Per contro, nello stato piemontese, era ampio il ricorso alla pena capitale: tra il 1851 ed il 1855, furono eseguite 113[167] condanne a morte. A tal proposito, nella seduta parlamentare del 26 marzo 1856, Angelo Brofferio, commentando lo sgomento suscitato da tre esecuzioni avvenute a Torino in una sola settimana, lamentò la necessità di un intervento sull’attività dei tribunali, condotta, a suo dire, in maniera deprecabile, e di una riforma del codice penale, che egli giudicava asperso di sangue[167][Da chiarire se non vi furono condanne a morte neppure per reati comuni nel regno delle Due Sicilie e chiarire se le condanne a morte in Piemonte furono per reati politici o comuni].

Nonostante ciò, anche una parte della stampa italiana, seguendo l’eco delle dichiarazioni di Gladstone, che continuò a propagarsi negli anni, si scagliò contro il sistema carcerario borbonico. Il 19 marzo 1857, il Corriere Mercantile di Genova pubblicò un articolo in cui si sosteneva che nelle carceri meridionali era adoperata la cuffia del silenzio[168]. Nel 1863, ancora, Pietro Corelli sostenne che, dopo l’arresto di Francesco Riso, in seguito alla rivolta della Gancia, la polizia di Palermo, avrebbe minacciato di adoperare la cuffia del silenzio su costui, se egli non avesse rivelato i nomi degli altri rivoltosi[169]. Si trattava, in sostanza, di uno strumento di tortura composto da una serie di fasce metalliche, da assicurare intorno alla testa del detenuto, e recante una lingua di ferro ricurva che entrava nella bocca fino al palato per impedire a questi di parlare. Tuttavia secondo la storica revisionista Pellicciari, tale dispositivo di costrizione, ampiamente adoperato dal sistema carcerario britannico[170], era sconosciuto a Napoli e non fu mai impiegato nei penitenziari delle Due Sicilie[168].

I rapporti tra Regno di Sardegna e Inghilterra:

Secondo la critica revisionista, una macchinazione contro il Regno delle Due Sicilie sarebbe stata ordita dal Regno di Sardegna e l’Inghilterra, con lo scopo di trarre entrambi profitto dal collasso dello stato borbonico[11]. Carlo Alianello sostenne che, oltre al regno sardo, anche la Gran Bretagna, una delle maggiori potenze mondiali, aveva i suoi punti deboli (come la Grande carestia in Irlanda, a quel tempo parte del Regno Unito, che, oltre a provocare migliaia di morti, portò un elevato tasso di emigrazione verso le Americhe).[11]

Tuttavia non vi è ancora molta chiarezza sul ruolo di Cavour nell’annessione del regno delle Due Sicilie. Secondo Arrigo Petacco, il primo ministro piemontese disapprovava la conquista del regno borbonico e cercò persino di stipulare un accordo con Francesco II per una formazione di un stato federale, ma il sovrano duosiciliano si sarebbe rifiutato.[171]

Altri scrittori come Lorenzo Del Boca[172] e Aldo Servidio[173] riportano invece che nel 1856, quattro anni prima della Spedizione dei Mille, Cavour e il conte di Clarendon, emissario di Lord Palmerston nonché ministro degli esteri inglese, ebbero contatti per organizzare rivolte antiborboniche nelle Due Sicilie, aneddoto sostenuto anche dallo storico inglese George Macaulay Trevelyan, autore di diverse opere su Garibaldi.[173] Cavour avrebbe ordinato a Carlo Pellion di Persano di prendere contatti a Napoli con l’avvocato Edwin James, uomo di fiducia del governo inglese.[172][173]

Il conte di Clarendon si scagliò contro Ferdinando II, al quale, a suo dire, le potenze progredite dovevano imporre di ascoltare la voce della giustizia e dell’umanità.

Gli aiuti stranieri ai Mille:

Lo sbarco dei Mille a Marsala da un disegno di un ufficiale osservatore, a bordo di una nave inglese.

Secondo quanto riportato da più fonti revisioniste, il governo inglese rivestì un ruolo importante nella spedizione dei Mille, avendo finanziato la campagna militare di Garibaldi con 3 milioni di franchi francesi,[66] forniti anche con il contributo della massoneria statunitense e canadese.[175] Prima che i Mille giungessero in Sicilia, il contrammiraglio George Rodney Mundy, vicecomandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy, aveva ricevuto ordine, dal suo governo, di assumere il comando del grosso delle unità navali della sua flotta e di incrociare nel Tirreno e nel canale di Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti duosiciliani, oltre che a scopo intimidatorio[176] e di raccolta di informazioni, anche al fine di attenuare la capacità di reazione borbonica[177].

Al momento dello sbarco a Marsala, erano già presenti alcune navi da guerra britanniche nei pressi della costa. L’Argus e l’Intrepid, i due vascelli inglesi, giunsero circa tre ore prima della comparsa delle navi Piemonte (a bordo della quale si trovava Garibaldi) e Lombardo[178]. Non è ancora chiaro il motivo della presenza delle imbarcazioni inglesi a Marsala, anche se alcuni autori danno per certo che essa fosse diretta ad appoggiare lo sbarco dei garibaldini[179]. E’ tuttavia assodato che vi fu a tal proposito un dibattito nel parlamento della Gran Bretagna, durante il quale il deputato Sir Osborne accusò le imbarcazioni britanniche di aver favorito l’approdo di Garibaldi a Marsala[180] mentre Lord Russell rispose che il motivo del loro intervento sulle coste siciliane era dovuto alla protezione delle piccole imprese inglesi ivi residenti, come i magazzini vinicoli di Woodhouse e Ingham.[180]

Ciononostante lo stesso Garibaldi, in un incontro pubblico a Londra, riconobbe il sostegno di Palmerston durante la spedizione dichiarando: «Se non fosse stato per il governo inglese, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina».[181] L’inventore statunitense Samuel Colt, affiliato alla loggia massonica “St John’s” del Connecticut,[66] offrì all’esercito garibaldino 100 armi da fuoco che comprendevano rivoltelle e carabine, approfittando di poter pubblicizzare i suoi prodotti.[182] Dopo la conquista della Sicilia, Garibaldi sembrò soddisfatto delle armi fornite ed acquistò da Colt 23.500 moschetti al costo di circa 160.000 dollari.[182] Garibaldi inviò poi una lettera di ringraziamento all’inventore americano e Vittorio Emanuele II gli donò una medaglia d’oro.

Il tradimento degli ufficiali borbonici:

Gli autori revisionisti sostengono che in aggiunta del supporto britannico e americano, i Mille ebbero dalla loro parte il rinnegamento di numerosi ufficiali delle Due Sicilie, reso possibile soprattutto dalle sovvenzioni finanziarie dell’Inghilterra. I franchi forniti dai britannici furono convertiti in piastre turche (la moneta usata a quel tempo nel commercio internazionale) e vennero sfruttati in gran parte per garantire ai traditori il reclutamento nell’esercito del nuovo Stato, conservando il grado, le qualifiche, i comandi e lo stipendio. La formula andò a buon fine e i garibaldini ebbero dalla loro parte circa 2300 ufficiali[183][184].

Un esempio è quello di Tommaso Clary, comandante del forte di Milazzo, che, secondo Giuseppe Buttà, “fu vile o traditore“.[9]

Un altro ufficiale accusato di tradimento fu Guglielmo Acton, nipote di John e cugino di secondo grado di Lord Acton. Con il grado di capitano di fregata, Acton era comandante della corvetta Stromboli[185], una delle navi della flotta borbonica che, nella mattinata dell’11 maggio 1860, avevano l’incarico di dare la caccia ai due vapori piemontesi che i servizi borbonici avevano indicato trovarsi nel tratto di mare compreso tra Trapani e Sciacca e che non contrastarono, se non con forte ritardo[186], lo sbarco dei Mille a Marsala. L’Acton fu sottoposto ad inchiesta per il suo comportamento durante lo sbarco; il giudizio della commissione della marina duosiciliana sulla sua condotta fu che essa era stata «irreprensibile»; comunque fu sospeso per due mesi finché venne assegnato al Monarca in armamento presso il cantiere navale di Castellammare di Stabia.[187] Dopo l’Unità, Guglielmo Acton fu nominato ammiraglio del Regno d’Italia divenendone, in seguito, anche senatore e Ministro della Marina del Governo Lanza (14 dicembre 1869 – 10 luglio 1873) dal 15 gennaio 1870 al 5 agosto 1872.

La battaglia di Calatafimi, dipinta sovente dalla storiografia come un’eroica impresa garibaldina, secondo i revisionisti fu solamente una farsa. Il generale borbonico Francesco Landi fu colpevole, secondo Buttà, di una vergognosa condotta dopo il fatto d’armi di Calatafimi che, “segno’ la caduta della Dinastia delle Due Sicilie“.[9] Nonostante la netta superiorità numerica del suo esercito, Landi ritirò le proprie truppe dal campo di battaglia, permettendo ai Mille di poter avanzare senza troppi disagi a Palermo.[188] Accusato di tradimento, fu destituito e confinato ad Ischia per ordine di Francesco II. Landi morì il 2 febbraio 1861, si sostiene di crepacuore per essere stato ingannato dai garibaldini, i quali gli avrebbero promesso una somma di 14.000 ducati depositata al Banco di Napoli ma, in realtà, ne avrebbe trovati solo 14.[189]

Liborio Romano, un ex carbonaro che ricoprì la carica di ministro dell’Interno sotto Francesco II, iniziò a trattare segretamente con Cavour e Garibaldi. Intraprese rapporti con la Camorra, assegnandole il compito di mantenere l’ordine all’arrivo di Garibaldi a Napoli, oltre a far scarcerare i camorristi detenuti per un maggior appoggio.[190] Garibaldi entrò nella città partenopea senza problemi[191] e, come ricompensa, confermò Romano ministro dell’Interno.[192] A sua volta Romano ricambiò la Camorra e inserì diversi membri dell’organizzazione nelle istituzioni[193], tra cui il capo camorrista Salvatore De Crescenzo (Tore ‘e Criscienzo)[194]affidando loro incarichi di polizia e facendo loro amministrare l’erogazione in tre anni di 75.000 ducati al popolo, secondo un decreto di Garibaldi emanato nell’ottobre 1860.

Violazione del diritto internazionale:

Numerosi revisionisti sostengono che l’unificazione, con particolare riferimento all’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna, sia avvenuta in violazione del diritto internazionale. A tal proposito, essi affermano che l’entrata dell’esercito sabaudo nei territori delle Due Sicilie fu un atto illegale di aggressione, in quanto non preceduta da una formale dichiarazione di guerra[197][198][199]. I revisionisti riportano inoltre che un comportamento simile a quello tenuto nelle Due Sicilie si verificò anche in occasione dell’apertura delle ostilità contro il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena e lo Stato della Chiesa, nessuno dei quali beneficiò di una dichiarazione di guerra.

I plebisciti:

Le annessioni territoriali al Regno di Sardegna (e al successivo Regno d’Italia), vennero ratificate mediante i cosiddetti plebisciti d’annessione[201]. Il concetto di plebiscito, come consultazione elettorale per ratificare il traferimento di territori tra stati, si era affermato già con la rivoluzione francese e l’originarsi del principio di autodeterminazione dei popoli. Questo tipo di votazione, infatti, non era infrequente: basti pensare ai plebisciti svoltisi nel 1852 e nel 1870 che ratificarono per due volte la monarchia di Napoleone III di Francia. Tali consultazioni prevedevano sostanzialmente le medesime modalità di svolgimento: erano votazioni a suffragio censitario, ovvero limitate a coloro che possedevano un certo censo, svolte per convalidare de iure situazioni di fatto. Ai plebisciti risorgimentali, cui partecipò solo il 2% della popolazione nazionale[202], risultò aver preso parte la maggioranza degli aventi diritto: in particolare il numero di astenuti e di contrari alle annessioni risultò essere irrisorio.

Lo Stato sabaudo utilizzò le consultazioni plebiscitarie per dimostrare la diffusa volontà degli Italiani di riunirsi in un unico stato e per legittimare, quindi, la politica espansionistica attuata dal Piemonte[75]. Giuseppe La Farina, in alcune epistole indirizzate all’abate Filippo Bartolomeo, sottolineò come, per evitare la disapprovazione delle potenze europee, fosse indispensabile, per Vittorio Emanuele II, ottenere un qualche riconoscimento popolare per giustificare le annessioni territoriali e per impedire che si parlasse di “conquista”[75]. Il re sabaudo era consapevole di non poter estendere la propria sovranità a popoli che non avessero invocato il suo intervento; era consapevole che solo il consenso popolare avrebbe dato pretesto alla diplomazia di affermare che gli italiani approvavano il nuovo Stato unitario[75].

Sin dall’epoca dello svolgimento dei plebisciti d’annessione, infatti, non mancò qualche voce critica sul senso di tale suffragio, come quella dell’ex Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna, il torinese Massimo D’Azeglio:

« A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna canbiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un’altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani che, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, che noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba (Ferdinando) bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso. »

Una critica simile fu mossa dal liberale britannico Lord Russell, in un dispaccio inviato a Torino il 31 gennaio 1861:

« I voti del suffragio universale in quei regni non han gran valore; sono mere formalità dopo una rivoltura ed una ben riuscita invasione; nè implicano in sé lo esercizio indipendente della volontà delle nazioni, nel cui nome si son dati. »

(Lord Russell[204])

Sullo stesso tema si espresse, il 30 aprile 1860, il quotidiano inglese The Times commentando il plebiscito per l’annessione della Savoia alla Francia:

« La più feroce beffa mai perpetrata ai danni del suffragio popolare: l’urna del voto in mano alle stesse autorità che avevano emesso il proclama; ogni opposizione stroncata con l’intimidazione.[205] »

Critiche alle modalità di svolgimento dei plebisciti sono state oggetto di trattazione da parte di accademici come Denis Mack Smith e Martin Clark, che ha citato il predetto brano del Times, e di alcuni altri autori, che hanno, come nel caso di Angela Pellicciari, sottolineato come le consultazioni si fossero svolte senza tutela della segretezza del voto e, talvolta, perfino, in un clima di intimidazione, dato che, i plebisciti avevano il mero scopo di dare una parvenza di legittimazione popolare ad una decisione già presa[206]. La Pelicciari, addirittura, definisce i plebisciti come una truffa colossale considerandoli una consultazione truccata[206].

In particolare, la storica marchigiana cita aneddoti riguardanti le consultazioni plebiscitarie per l’annessione del Ducato di Modena e del Granducato di Toscana. Filippo Curletti, stretto collaboratore di Cavour e capo della polizia politica sabauda, affermò, nel suo memoriale, che ai plebisciti modenesi, partecipò un modesto numero di aventi diritto e, alla chiusura delle urne, furono distrutte le schede degli astenuti. Dato l’elevato numero di assenti, inoltre, una pratica diffusa fu quella di “completare la votazione” con l’introduzione nelle urne di schede dove la preferenza era stata espressa dai sabaudi al fine di compensare le assenze[206]. Tale pratica fu messa in atto in modo così grossolano che, in alcuni collegi, al momento dello spoglio, il numero dei votanti risultava maggiore di quello degli aventi diritto[206]. In Toscana, secondo quanto riportato da La Civiltà Cattolica, le consultazioni furono precedute da una incalzante campagna stampa dove si definiva nemico della patria e reo di morte chiunque non avesse votato per l’annessione[206]. Alle tipografie toscane, poi, fu commissionata la stampa di un gran quantitativo di bollettini pro annessione, mentre fu scoraggiata la stampa di bollettini contrari all’unificazione. Sempre la rivista gesuita affermò che si sarebbe abusato dell’ingenuità delle popolazioni delle aree rurali spingendole a recarsi alle urne poiché, in caso contrario, sarebbero incorse in sanzioni[206].

Altri autori, come Roberto Martucci, corroborano le loro critiche ai plebisciti sottolineando, oltre l’esiguo numero degli astenuti, anche il numero irrisorio dei “no” all’annessione: tali dati consentono al Martucci di definire il voto politicamente ininfluente[207]. Al riguardo, l’autore si sofferma ad analizzare le modalità di voto ed i risultati plebiscitari delle province siciliane, citando i casi di Palermo (36.000 favorevoli e 20 contrari), dove furono autorizzati a votare anche i cittadini sprovvisti di certificato, poiché “smarrito“; Messina (24.000 contro 8); Alcamo (3.000 vontro 14); Girgenti (2.500 contro 70); Siracusa, dove si votò senza che fossero state redatte le liste elettorali; e Caltanissetta, dove il governatore proibì qualsiasi propaganda in senso autonomista[208]. Tomasi di Lampedusa, nelle pagine de “Il Gattopardo“, affrontò, sebbene nell’ambito del romanzo, le problematiche connesse ai plebisciti siciliani.

A Venosa, comune in provincia di Potenza, riporta Antonio Vaccaro, su 1.448 preferenze, solamente una risultò contraria all’unificazione[209].

Altri autori riportano infine come il plebiscito che determinò l’annessione delle Due Sicilie al Regno d’Italia fu accompagnato da eventi di particolare gravità ed illegalità. Le operazioni di voto avvennero nel centralissimo Largo di Palazzo a Napoli (l’attuale Piazza del Plebiscito). Le urne, su cui vi era chiaramente indicato il “sì” o il “no”, erano palesi e venivano sorvegliate a vista da numerosi camorristi, che Liborio Romano aveva arruolato come poliziotti, esautorando gli agenti fedeli ai Borbone.

La piemontesizzazione:

Con il termine piemontesizzazione, utilizzato già nel 1861 in chiave critica nel neonato Parlamento del Regno d’Italia[212], si indica l’estensione ai territori del nuovo Regno d’Italia dell’organizzazione politica ed amministrativa dello Stato sabaudo nonché, in buona parte, delle sue leggi. Secondo le tesi revisioniste tale estensione normativa non avrebbe tenuto in considerazione le differenze tra i diversi stati pre-unitari. Nell’ambito delle stesse critiche si fa notare come le principali cariche burocratiche e militari siano state quasi esclusivamente riservate ad appartenenti della classe politica del Regno sabaudo.[213] La prima legislatura del Regno d’Italia fu l’VIII, come da numerazione dello Stato piemontese. Il primo re d’Italia conservò la sua precedente successione dinastica di secondo, come se fosse ancora sovrano di Sardegna.

Cavour, in una lettera del dicembre 1860, raccomandò al ministro di grazia e giustizia Giovanni Battista Cassinis di avere una rappresentanza napoletana ridotta:

« Mi restringo a pregarlo a fare ogni sforzo onde si acceleri la formazione delle circoscrizioni elettorali, vedendo modo di darci il minor numero di deputati napoletani possibile. Non conviene nasconderci che avremo nel Parlamento a lottare contro un’opposizione formidabile »

Il 20 novembre 1861, in una interpellanza al Parlamento Italiano, così si esprimeva il deputato di Casoria, Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni:

« La loro smania di subito impiantare nelle provincie Napoletane quanto più si poteva delle istituzioni di Piemonte, senza neppur discutere se fossero o no opportune, fece nascere sin dal principio della dominazione piemontese il concetto e la voce piemontizzare.. »

Reinterpretazione del brigantaggio:

La reinterpretazione del brigantaggio postunitario come rivolta legittima, nonché l’eccessiva repressione messa in atto dallo Stato unitario. Il brigantaggio viene rivalutato dalla scuola revisionista come un movimento di resistenza,[216] alcuni ritengono persino in analogia a quello che avrebbe coinvolto, in seguito, i partigiani italiani contro le truppe tedesche durante la seconda guerra mondiale.[217] Il deputato Giuseppe Ferrari, durante un dibattito parlamentare, disse:

« I reazionarii delle due Sicilie si battono sotto un vessillo Nazionale, voi potete chiamarli Briganti, ma i padri e gli Avoli di questi hanno per ben due volte ristabiliti i Borboni sul Trono di Napoli, ed ogni qual volta la Dinastia legittima è stata colla violenza cacciata, il Napoletano ha dato tanti briganti, da stancare l’usurpatore e farlo convincere che, nel Regno delle Due Sicilie, l’unico Sovrano che possa governare, dev’essere della Dinastia BORBONICA, perché in questa Famiglia Reale soltanto si ha fede, e non in altri. Dicano quel che vogliano i nemici dei Borboni, ma la mia convinzione è questa, ed è basata sull’esperienza del passato e sui fatti che attualmente si compiono. »

La repressione del brigantaggio, ottenuta con successo (e con molta difficoltà) in circa dieci anni dal governo unitario, viene aspramente criticata dai revisionisti a causa della violenza con cui il Regio Esercito italiano (soprattutto dopo la promulgazione della legge Pica) applicava sommarie condanne a morte senza processo o con sbrigative sentenze emesse sul campo dai tribunali militari,[219] il più delle volte giustiziando anche coloro che venivano solamente sospettati di connivenze o adesioni alle bande brigantesche.[220]

La violenza degli scontri è testimoniata dal fatto che non meno di 14.000 briganti o presunti tali furono fucilati, uccisi in combattimento o arrestati nel periodo di applicazione della legge[221]. Nel maggio 2010, durante la trasmissione Porta a Porta, Anita Garibaldi, pronipote del condottiero, sostenne che suo nonno Ricciotti, deluso dagli eventi risorgimentali e indignato dallo sfruttamento del Meridione, sarebbe sceso nel sud per combattere a fianco dei briganti. Sebbene si tratti di un’opinione personale, la signora Anita ha dichiarato di possedere documentazioni di quanto affermato.[222]

Deportazioni:

I militari borbonici che rifiutarono di prestare giuramento al nuovo sovrano Vittorio Emanuele II, vennero reclusi in presidi militari del settentrione italiano, quali Alessandria, San Maurizio Canavese e Fenestrelle, considerati dai revisionisti veri e propri campi di concentramento.[223][224][225][226] I soldati fedeli al loro vecchio sovrano furono visti con scarsa considerazione e disprezzo, tanto che il generale La Marmora li definì “un branco di carogne”.[227] Lo stesso Cavour, in una lettera indirizzata a Vittorio Emanuele II, scrisse: «I vecchi soldati borbonici appesterebbero l’esercito».[228]

Non esistono ancora stime ufficiali sul numero dei detenuti e delle vittime. Nel forte di San Maurizio Canavese il numero degli imprigionati sarebbe ammontato a 3000 al settembre 1861, quando gli allora ministri Bettino Ricasoli e Pietro Bastogi vi fecero visita.[229]Nel forte di Fenestrelle si sostiene, invece, che furono deportati circa 20.000 soldati duosiciliani (per lo più provenienti dalla resa della fortezza di Capua)[230] e papalini.[231]

Per via delle condizioni malsane e delle temperature molto rigide, gran parte dei detenuti perì per fame, stenti e malattie.[231][232] Per evitare epidemie ed essendovi difficoltà nel seppellire i cadaveri, i corpi dei reclusi venivano disciolti nella calce viva.[233] Anche alcuni briganti vennero relegati al forte, un esempio fu la calabrese Maria Oliverio. Nel 2008 venne posta all’interno della fortezza una lapide commemorativa che rende omaggio ai deportati duosiciliani.[234]

Nei luoghi di prigionia sabaudi furono rinchiusi anche alcuni garibaldini fermati sull’Aspromonte nel 1862, mentre tentavano una spedizione verso lo stato Pontificio.

Eccidi:

Nei territori dell’ormai decaduto regno duosiciliano, ed in particolare durante la fase acuta del cosiddetto brigantaggio (1861-1862), si verificarono numerosi episodi di violenza ai danni delle popolazioni civili. In particolare, i revisionisti affermano che le truppe piemontesi si resero responsabili di diversi eccidi, tra cui i più noti furono quelli di Casalduni e Pontelandolfo, due paesi del Beneventano.

Il 14 agosto 1861, il generale Enrico Cialdini ordinò una feroce rappresaglia contro i due comuni, dove i briganti di Cosimo Giordano avevano ucciso 45 soldati sabaudi che vi erano appena giunti. Cialdini inviò un battaglione di cinquecento bersaglieri a Pontelandolfo, capeggiato dal colonnello Pier Eleonoro Negri, mentre a Casalduni mandò un distaccamento separato, al comando del maggiore Melegari. I due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo dai militari, lasciando circa 3.000 persone senza dimora.[236] Diverse fonti riferiscono inoltre che la distruzione dei due paesi fu accompagnata da atti di saccheggio[237] e stupri[238][239]. Sul numero esatto delle vittime non vi è tuttora consenso, dato che le cifre vanno da un centinaio a più di un migliaio di morti.[240] Altre città che subirono una sorte simile a quella di Casalduni e Pontelandolfo furono Montefalcione, Campolattaro e Auletta[241][242] (Campania); Rignano Garganico (Puglia); Campochiaro e Guardiaregia (Molise); Barile e Lavello (Basilicata); Cotronei (Calabria).[243]

Nel periodo di cui sopra, diversi comandanti militari si distinsero per i loro discutibili provvedimenti contro il brigantaggio, tra cui Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna, Enrico Morozzo Della Rocca e Ferdinando Pinelli. Tali atti suscitarono numerose polemiche, anche da parte della classe liberale. Giovanni Nicotera, intervenne in Parlamento dichiarando:

« I Proclami di Cialdini e degli altri Capi sono degni di Tamerlano, di Gengis Khan, o piuttosto di Attila»

(Giovanni Nicotera[244])

Lo stesso Nino Bixio (uno dei comandanti della spedizione dei Mille e protagonista del discusso episodio della strage di Bronte) denunciò questi metodi in un discorso alla camera il 28 aprile 1863:

« Si è inaugurato nel Mezzogiorno d’italia un sistema di sangue. E il Governo, cominciando da Ricasoli e venendo sino al ministero Rattazzi, ha sempre lasciato esercitare questo sistema »

I metodi violenti delle truppe del Regio Esercito Italiano furono infine applicati anche per la repressione dei moti di protesta operaia per la chiusura progressiva di impianti industriali, ad esempio dello stabilimento siderurgico di Pietrarsa (attualmente sede del Museo Nazionale Ferroviario), dove il 6 agosto 1863, per reprimere le proteste degli operai, intervennero Guardia Nazionale, Bersaglieri e Carabinieri, lasciando sul terreno tra quattro e sette morti e una ventina di feriti. Al comando delle truppe c’era il Questore Nicola Amore, successivamente divenuto sindaco di Napoli, che nella sua relazione al Prefetto parla di fatali e irresistibili circostanze[246][247]. Il mantenimento dell’ordine pubblico tramite interventi repressivi dell’esercito, senza scrupolo nell’uso delle armi contro le proteste popolari, continuò fino alla fine del secolo esteso a tutto il territorio nazionale, culminando nelle sanguinose repressioni dei moti popolari del 1898.

Le teorie lombrosiane:

Alcuni fonti contemporanee hanno rivolto critiche agli studi del medico veronese Cesare Lombroso[248][249][250], tra i pionieri dell’antropologia criminale[251], la cui origine va fatta risalire all’esperienza di tre mesi come medico militare durante la campagna contro il brigantaggio in Calabria. Prendendo le mosse da un saggio del 1864, in cui, dopo l’esame di 3000 coscritti nell’esercito piemontese, individuava una presunta correlazione tra i tatuaggi dei soldati e la tendenza alla devianza[252] (a suo dire i tatuaggi permettevano di distinguere “il soldato disonesto in confronto all’onesto”)[253]; e sviluppandole estesamente nel saggio “L’uomo delinquente” (1876), egli ritenne di poter individuare una correlazione tra i caratteri somatici e la tendenza alla violenza. A tal proposito, e basandosi sui principi della fisiognomica e della frenologia, discipline pseudoscientifiche che pretendono di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona, la prima, dal suo aspetto fisico e, la seconda, dalla morfologia del cranio, studiò salme di briganti (ma anche di comuni delinquenti), introducendo il concetto di criminale atavico. Effettuando un’autopsia sul cadavere di un brigante calabrese, Giuseppe Villella (morto in carcere a Pavia nel 1872), Lombroso rilevò nella struttura cranica una cavità nella zona dell’occipite, da lui chiamata “fossetta occipitale interna”. Il criminologo si convinse che codesta fossetta fosse caratteristica delle persone tendenti a delinquere. Altri tratti fisiognomici che per lui portavano un soggetto alla criminalità erano testa piccola, fronte bassa, zigomi pronunciati, sopracciglia folte. Spesso, però, in mancanza di questi, anche una minore sensibilità al dolore, una più rapida guaribilità, una maggiore accuratezza visiva o addirittura la presenza di tatuaggi permettevano al Lombroso di sentenziare la naturale predisposizione al crimine di un individuo.

Per quanto le salme studiate non provenissero unicamente dal sud e i tratti fisiognomici giudicati sintomatici della delinquenza non fossero da lui riscontrati unicamente in meridionali, Lombroso arrivò a sostenere che «la ragione dell’inferiorità meridionale risiedeva in una costituzionale e irreparabile inferiorità razziale».[inserire titolo dell'opera lombrosiana, per trovare la frase nel suo contesto][254][255] e Alfredo Niceforo, criminologo suo discepolo, scrisse nel suo libro “L’Italia barbara contemporanea” (1899):

« La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, ch’ è tanto affine per la sua criminalità, per le origini e pei suoi caratteri antropologici alla prima, dovrebbe essere ugualmente trattata col ferro e col fuoco e dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia ecc… »

Le teorie di Lombroso (in seguito smentite dalla scienza ufficiale)[257] sono viste dai revisionisti come razzismo contro i meridionali,[258] nonché un pretesto per etichettare i briganti come criminali insani di mente e per dare una giustificazione al loro annichilimento.[259] Nel 1898, fu allestito a Torino un museo che comprendeva scheletri e teste dei vari briganti che Lombroso analizzò per i suoi studi. Chiuso nel 1948, venne riaperto nel novembre 2009, suscitando forti polemiche da parte di movimenti politici e non[260], i quali lo hanno definito un “museo degli orrori” e ne hanno chiesto la chiusura.

La questione meridionale:

Nonostante la storiografia più diffusa sostenga che il Mezzogiorno possedesse già un problema di ritardato sviluppo prima dell’Unità, i revisionisti sostengono che il degrado economico del Sud abbia avuto inizio dopo il Risorgimento a causa delle politiche del governo unitario poco attente alle necessità meridionali.[93]

Secondo gli elaborati di Francesco Saverio Nitti, l’origine della questione meridionale ebbe inizio quando il capitale appartenuto alle Due Sicilie, oltre a contribuire maggiormente alla formazione dell’erario nazionale, fu destinato in prevalenza al risanamento delle finanze settentrionali, nella fattispecie in Lombardia, Piemonte e Liguria.[261] Nitti inoltre enunciò, attraverso la sua ricerca statistica, che i fondi di sviluppo furono stanziati maggiormente nelle zone settentrionali, fu istituito un regime doganale che trasformò il Sud in un mercato coloniale dell’industria del Nord Italia[262] e la pressione tributaria del meridione risultò maggiore rispetto al settentrione[263]. L’economia del Mezzogiorno, infatti, fu sfavorita da un sistema doganale di stampo protezionistico, il quale favoriva soprattutto le industrie del nord Italia, permettendo ad esse di non soccombere di fronte alla concorrenza straniera.

Giustino Fortunato, accusando un indebitamento del Banco di Napoli di un milione di lire in tre anni, coniò il termine “carnevale bancario”[264] per indicare il trasferimento di capitali del sud destinati alle industrie e agli istituti di credito del nord. Il revisionista Nicola Zitara mosse denunce nei confronti degli industriali Carlo Bombrini, Pietro Bastogi e Giuseppe Balduino, indicandoli tra i maggiori responsabili del crollo economico del meridione dopo l’unità.[265]

Nel 1954, l’economista piemontese Luigi Einaudi, nella sua opera Il buongoverno disse:

« Sì è vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale. Peccammo, è vero di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio nazionale e ad assicurare alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale. Noi riuscimmo così a far affluire dal Sud al Nord una enorme quantità di ricchezza. »

Mancata riforma agraria:

Da parte revisionista si sostiene che la mancata riforma della suddivisione delle grandi proprietà terriere in Sicilia sia stata uno dei fattori all’origine della conflittualità tra Garibaldi e le masse contadine[267]. Infatti, erano stati numerosi i contadini che, spinti dal malcontento verso lo stato borbonico dovuto alle cattive condizioni dei lavoratori agricoli, si erano uniti ai Garibaldini. Tuttavia le loro speranze di mutazione della situazione esistente erano andate deluse. Inoltre la mancata attuazione dei decreti che Garibaldi, una volta assunta la dittatura sull’isola in nome del re Vittorio Emanuele II, emanò circa l’abolizione sia di diverse tasse su prodotti agricoli[268], sia dei canoni sulle terre demaniali[268] generò ulteriore malcontento[269]. Il primo a sollevare questo dibattito fu Antonio Gramsci.

Le concessioni ferroviarie:

Contrariamente a quanto affermato da buona parte della storiografia più diffusa, i revisionisti mettono l’accento sul fatto che le ferrovie duosiciliane, le prime in Italia con la tratta Napoli-Portici, non erano un “giocattolo del Re“, ma avevano funzioni di trasporto pubblico e commerciale, come si desume dall’esistenza di tariffe di trasporto per persone, animali e merci.

Già nel 1843, fu inaugurato il tratto Napoli-Caserta, prolungato fino a Capua nel 1845; seguito dal tratto Nola-Sarno nel 1856, mentre parallelamente era già stata prolungata la Napoli-Portici fino a Castellammare.

I lavori per le ferrovie ed il materiale rotabile erano affidate al Real Opificio di Pietrarsa ed alle fabbriche dell’indotto.

Dopo l’unità d’Italia, il governo dittatoriale di Garibaldi concesse alla ditta Adami e Lemmi l’esclusiva delle ferrovie per il sud Italia.[270] Il governo piemontese, però, non convalidò questa concessione[271], che fu affidata alla Società Vittorio Emanuele. La successiva proposta di mediazione che riservava a capitali francesi le linee adriatiche[272] non trovò attuazione.

L’emigrazione:

Dopo l’unificazione della penisola, oltre ad un aggravamento della situazione economica del Mezzogiorno, si ebbe un vertiginoso fenomeno migratorio, quasi inesistente nel Sud prima del Risorgimento.[273] Le statistiche sull’emigrazione mostrano un numero notevole di partenze dal Mezzogiorno verso l’estero dopo l’Unità, per l’aggravarsi della situazione contadina.[274] L’emigrazione post-unitaria interessò anche il settentrione, in cui l’ondata migratoria fu maggiore rispetto al meridione nei primi anni di unificazione ma a partire dal ’900 i flussi si intensificarono esponenzialmente anche nel sud. Il Veneto (tra gli ultimi territori annessi), risultò la regione con il più alto tasso di espatri tra il 1876 ed il 1900.[275] Nel 1901, l’allora presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli, in visita in diverse città del meridione, giunse a Moliterno (Potenza) e fu accolto dal sindaco che lo salutò “a nome degli ottomila abitanti di questo comune, tremila dei quali sono in America, mentre gli altri cinquemila si preparano a seguirli“.

Il revisionismo nella letteratura:

Un precursore della narrazione in controtendenza, se pur in forma poetica, degli avvenimenti precedenti e seguenti l’unificazione, è stato Ferdinando Russo. Giornalista de “Il Mattino” di Napoli, all’epoca diretto dal fondatore Edoardo Scarfoglio, Russo si dilettava nello scrivere “macchiette”, vale a dire nel tratteggiare caratteri tipici dell’ambiente partenopeo usando la poesia o la prosa, avendo in questa forma letteraria gli autorevoli esempio di Francesco De Bourcard[277] e Giuseppe Gioacchino Belli per l’ambiente romano.

Lo scrittore napoletano dovette difendersi più volte in tribunale dall’accusa di vilipendio delle istituzioni, come racconta egli stesso in una delle sue opere[278], dato che i suoi personaggi esprimevano sovente critiche feroci contro lo stato di cose del tempo. La macchietta popolare “‘O pezzente ‘e San Gennaro” (Il pezzente di San Gennaro), pubblicata sul Mattino nel 1898, ad esempio, portò al sequestro del giornale su ordine del procuratore del re, in quanto il personaggio ritratto esprimeva sentimenti filoborbonici. Russo subì la perquisizione del proprio studio e fu mandato sotto processo. Dovette inoltre assistere alla comparsa di un articolo di fondo a firma di Scarfoglio, intitolato “Il terribile anarchico Ferdinando Russo”, in cui il direttore ne prendeva le difese.

Successivamente a questi avvenimenti, Russo scrisse altre due opere in versi, le quali tratteggiano dalla parte dei vinti le circostanze della morte di Ferdinando II, e le condizioni in cui versarono i soldati del disciolto esercito delle Due Sicilie dopo l’unificazione. La rilevanza di tali opere artistiche sotto il profilo storico deriva dal fatto che entrambe furono composte trasponendo in versi interviste realmente effettuate a testimoni delle vicende narrate.

Nella poesia del 1910 “’O Luciano d’o Rre” (Il Luciano [279] del Re), Russo narra la vicenda dell’ultimo viaggio di Ferdinando II, avvenuto tra Napoli e Bari tra la fine di aprile e l’inizio di maggio del 1859, in occasione dell’arrivo nelle Due Sicilie di Maria Sofia di Baviera, promessa sposa di Francesco II. Le vicende vengono descritte attraverso la voce narrante di Luigi, uno dei quattro marinai che costituivano la guardia del corpo segreta del re[280], che molti anni dopo i fatti esercitava il mestiere di ostricaio. Nella poesia si racconta della vita di Santa Lucia negli anni precedenti l’unificazione come di un periodo di grande abbondanza e felicità per gli abitanti, dove anche nelle classi più umili si riusciva a provvedere senza sforzo ai bisogni della vita ed in generale si viveva una certa agiatezza. Si fa a tal proposito specifico riferimento al fatto che le famiglie avevano tutte di che dotare le ragazze che andavano in moglie, all’abbondanza di monete d’oro e d’argento in circolazione, ed alla virtuale assenza di tasse. Viene inoltre suggerito che la causa reale della morte di Ferdinando II, già ammalato, sia stata una tazza di cioccolata avvelenata fattagli bere dall’arcivescovo di Ariano Irpino, monsignor Michele Caputo[281][282][283], presso il quale la comitiva reale si era rifugiata durante il viaggio per sfuggire al maltempo. Più avanti, viene sostenuto che l’entrata dei piemontesi, descritti come “senza neanche la camicia”[284], a Napoli sarebbe avvenuta solo grazie ad una serie di tradimenti, e che una volta in città, essi avrebbero saccheggiato Palazzo Reale, sottraendo una gran quantità di beni. La poesia si conclude con una sprezzante descrizione delle condizioni in cui la “libertà” ha ridotto il popolo:

« Ccà stammo tuttuquante int’ ‘o spitale!

Tenimmo tutte ‘a stessa malatia!

Simmo rummase tutte mmiezo ‘e scale,

fora ‘a lucanna d’ ‘a Pezzentaria!

Che me vuò di’? Ca simmo libberale?

E addò l’appuoie, sta sbafantaria?

Quanno figlieto chiagne e vo’ magna,

cerca int’ ‘a sacca… e dalle ‘a libbertà![285] »

Nell’opera “’O surdato ‘e Gaeta” (Il soldato di Gaeta, 1919), Russo narra invece dell’incontro con il settantottenne Michele Migliaccio, un reduce dell’assedio del 1860-61, rimasto mutilato di un braccio a causa dello scoppio di una granata l’ultimo giorno dei combattimenti, e finito all’Albergo dei Poveri di Napoli. Nel racconto del soldato si ritrovano temi come il tradimento di diversi ufficiali dell’esercito [287] come causa della disfatta; il coraggio dimostrato da Francesco II e da Maria Sofia durante l’assedio; e la spietatezza degli assedianti (e in particolare di Cialdini) sia nel rifiutare di accogliere gratuitamente i cavalli che morivano di fame nella fortezza, che nel continuare il bombardamento della piazza anche durante le trattative per la resa. I versi riportano un accenno alla sorte miserabile toccata ai reduci (cui in violazione degli accordi di capitolazione non fu erogata la paga pattuita) molti dei quali erano morti di fame o si erano ridotti a fare lavori umilissimi[288]. La poesia si conclude con un’immagine di toccante dignità del soldato, che nasconde la medaglia al valore guadagnata a Gaeta sotto la giubba dell’Ospizio, dato che sarebbe stata disonorata dall’essere appuntata sulla divisa dei poveri.

Il revisionismo di natura politica:

A livello politico il Risorgimento è stato attaccato da parte del partito Lega Nord, che sostiene la linea della delegittimazione del processo unitario, seguendo una versione diametralmente opposta a quella del grosso degli autori revisionisti. Significative al riguardo furono le dichiarazioni del leader del movimento, Umberto Bossi, che, a Montecitorio, si espresse negativamente sulle vicende risorgimentali:

« Il Nord non voleva l’unità d’Italia, volevano la libertà dall’Austria ma avevano mille dubbi sull’unità. Nel 1859 cantavano la canzone La bella Gigogin nella quale ci sono tutti i dubbi della Lombardia. »

Ne è nata la cosiddetta “polemica dei libri di testo”, nata dal pensiero secondo il quale nelle scuole italiane la storia risorgimentale sia alterata da deformazioni culturali. Nonostante la totale estraneità del mondo politico al dibattito storiografico, si va affermando un certo tipo di volontà politica che ha intenzione di inserirsi a pieno titolo nel merito della questione revisionista, mostrando serie intenzioni di modificare la fonte primaria della conoscenza storica all’interno delle scuole: i libri di testo. A conferma di ciò il 28 gennaio 1999, il deputato Mario Borghezio (Lega Nord) dichiarò:

« Non si può tacere delle deformazioni che nelle scuole dello Stato italiano si compiono a danno della nostra storia risorgimentale »

Critiche al revisionismo sul Risorgimento:

Il revisionismo sul Risorgimento è oggetto di critiche da parte di alcune personalità del mondo accademico e giornalistico. Uno dei più noti detrattori è lo storico Ernesto Galli della Loggia, che controbatte su diverse asserzioni esposte dai revisionisti. Galli della Loggia nega il depauperamento del Sud dopo l’Unità e sostiene che il divario tra settentrione e meridione, al 1860, era già esistente.[291] Egli ha contestato una scarsa presenza di vie di comunicazione nel regno borbonico e ha definito la ferrovia Napoli-Portici “un giocattolo del re”, giudicandola inferiore alla Torino-Genova o alle ferrovie costruite dagli austriaci in Lombardia.[291] Egli giustifica questo suo giudizio affermando che collegare Napoli con Portici non avrebbe potuto in alcun modo favorire l’economia, non solo per l’estrema brevità della ferrovia in sè, lunga pochi chilometri, ma soprattutto perché Portici non era una zona produttiva, ma solo una zona residenziale. Si è espresso negativamente sulla politica economica adottata dai Borbone in Sicilia, da lui giudicata “coloniale”.[291] Lo storico ha inoltre smentito una componente anticattolica nel Risorgimento, considerandola invece “laicista, più o meno massonica”.[291]

Francesco Perfetti, professore di storia contemporanea presso la LUISS di Roma, ha dichiarato che la parola revisionismo dovrebbe essere eliminata perché si sarebbe caricata di una valenza politica e ideologica, suggerendo ai revisionisti cattolici di valutare il risorgimento con i criteri dello storicismo critico nel quadro europeo.[292]. Tra gli oppositori della tesi revisionista vi è anche il giornalista Giorgio Bocca, che ha definito “una balla” l’immagine di un Mezzogiorno fiorente depredato dal Nord e che la sua povertà risale a secoli prima dell’unità.[293] Bocca ha inoltre considerato “insensati” i movimenti meridionali, analogamente a quello leghista.[293]

Il giornalista Sergio Romano parla di un “travisamento nazionale”. Egli ha dichiarato:

« Per unanime consenso dell’Europa d’allora il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati peggio governati da una aristocrazia retriva, paternalista e bigotta. La «guerra del brigantaggio» non fu il fenomeno criminale descritto dal governo di Torino, ma neppure una guerra di secessione come quella che si combatteva negli Stati Uniti in quegli stessi anni. Fu una disordinata combinazione di rivolte plebee e moti legittimisti conditi da molto fanatismo religioso e ferocia individuale. La classe dirigente unitaria fece una politica che favoriva le iniziative industriali del Nord perché erano allora le più promettenti, e non fece molto, almeno sino al secondo dopoguerra, per promuovere lo sviluppo delle regioni meridionali. Ma il Sud si lasciò rappresentare da una classe dirigente di notabili, proprietari terrieri, signori della rendita e sensali di voti, più interessati a conservare il loro potere che a migliorare la sorte dei loro concittadini. »

Critiche sono state mosse anche da Sergio Boschiero, segretario dell’Unione Monarchica Italiana, che ha denunciato il pericolo di un “revisionismo senza storici”, mirante a demolire il mito risorgimentale. Secondo il movimento monarchico, sono stati analizzati alcuni testi di sedicenti storici che, attraverso la stampa, spargono odio in funzione antinazionale.[294]

Un attacco diretto contro il revisionismo venne formulato da Alessandro Galante Garrone, nell’editoriale “Ritornano gli sconfitti dalla storia”, pubblicato in prima pagina sulla La Stampa il 27 settembre 2000, accompagnato dalla firma di 56 intellettuali e scritto a seguito di una mostra sul brigantaggio tenuta nell’annuale meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. In esso Garrone afferma che questa revisione si traduce in una distorsione della realtà storica, divenendo una provocazione inaccettabile per l’Italia civile accompagnata dalla esaltazione delle forze sanfediste all’interno di una aggressione più vasta contro i “principi laici e liberali che costituiscono una parte fondante della Costituzione repubblicana”[295] connessa a un “rifluire di ideologie reazionarie, di speranze di rivincita di sconfitti dalla storia”.

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